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Archivio annuale 12/15/2020

Perché abbiamo sempre in mano lo SMARTPHONE?

Guardare di continuo lo smartphone è un gesto diventato automatico, come accendersi una sigaretta per un fumatore. Ecco perché.

Uno studio condotto dalla London School of Economics and Political Science pubblicato su Science Direct ha indagato i motivi per cui molti di noi controllano in modo quasi ossessivo il proprio smartphone. Analizzando il comportamento di 37 giovani di diverse nazionalità, i ricercatori hanno potuto constatare che le interazioni con il nostro cellulare avvengono principalmente non in risposta a chiamate, messaggi o notifiche, ma senza motivo. «Prendo in mano il telefono senza nemmeno rendermene conto», ha dichiarato più di un partecipante allo studio. «È un gesto automatico, come accendersi una sigaretta per un fumatore», spiegano i ricercatori.

CHAT STRESSANTI
In generale, circa una volta su quattro sblocchiamo lo schermo dello smartphone per leggere o inviare messaggi su Whatsapp, anche se i partecipanti allo studio hanno definito “stressanti” le continue notifiche provenienti dalle chat di gruppo, riconoscendo che quasi sempre si tratta di messaggi per nulla importanti. Infatti, una volta su tre prendiamo in mano il telefono per guardare Instagram e Facebook,
solo il 6% delle volte lo facciamo per controllare le e-mail, nonostante siano le notifiche più importanti.
solo l’1% delle volte rispondiamo o effettuiamo una chiamata, a conferma che la funzione per cui il telefono è nato è ormai passata in secondo piano.

OCCHI SULLO SCHERMO
«Per molti, controllare il proprio smartphone è un bisogno maggiore che utilizzarlo per comunicare», afferma Saadi Lahlou, uno degli autori dello studio. Se è vero che la dipendenza da smartphone non può essere paragonata alla dipendenza da droghe, è altrettanto vero che l’utilizzo incontrollato del cellulare è un problema sempre più serio in particolare per le nuove generazioni, abituate a maneggiare apparecchi tecnologici fin da piccolissimi. Secondo Lahlou, è necessario imparare a evitare la tentazione, e fare «come facevano i cowboy con la pistola quando entravano nei saloon: lasciarla fuori». Nonostante infatti lo studio abbia rilevato un utilizzo maggiore dello smartphone “in solitario” e una diminuzione dell’uso in compagnia di altre persone, è innegabile che capiti spesso di vedere gruppi di amici o familiari riuniti, ognuno con gli occhi sul proprio telefono. In questi casi, la tecnologia può danneggiare le relazioni sociali, invece che favorirle.
(Salute, Focus)

COVID, I FARMACI PER L’IPERTENSIONE SONO PROTETTIVI: una NUOVA CONFERMA

Secondo uno studio della Svizzera italiana gli inibitori del sistema renina-angiotensina riducono la mortalità dei pazienti oltre i 64 anni con patologie cardiovascolari

I farmaci comunemente usati contro l’ipertensione possono ridurre la mortalità nei pazienti in età avanzata e con patologie cardiovascolari, quindi ad elevato rischio di decesso. La conferma arriva da uno pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Gli autori hanno evidenziato che le terapie antipertensive con inibitori del sistema renina-angiotensina (i cosiddetti farmaci Ace Inibitori e Sartani) riducono di oltre il 60% il rischio di morte nei malati Covidin età avanzata e/o con patologie renali e cardiovascolari.

Il Sistema Renina-Angiotensina
Una spiegazione dell’effetto positivo dei farmaci Ace Inibitori e Sartani può essere ricondotta all’interazione tra il coronavirus e il cosiddetto «sistema renina-angiotensina» (meccanismo ormonale che regola la pressione sanguigna). Sars-CoV-2 entra nelle cellule umane dopo essersi legato all’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE2) di cui blocca la funzione, causando così un eccesso di angiotensina e un aumento dell’infiammazione, che viene ridotta appunto da questi farmaci. «Lo studio ci insegna che un farmaco noto e sicuro, prescritto di routine dai medici di base per la cura dei pazienti ipertesi, risulta ridurre la mortalità tra le persone colpite da Covid». «Lo studio ha analizzato l’effetto di diverse classi di farmaci sul decorso della malattia da coronavirus in pazienti ospedalizzati, contribuendo, per quanto concerne l’effetto protettivo degli Ace inibitori e dei sartani, a fare chiarezza su un tema dibattuto a livello internazionale».

L’aumento dei livelli di ACE2
Dunque lo studio non è conclusivo, ma offre un contributo importante per la comprensione di un meccanismo complesso. «L’analisi è di tipo osservazionale e su un numero limitato di pazienti — ragiona Annalisa Capuano, professore all’Università della Campania «Vanvitelli», ma senza dubbio interessante e importante, soprattutto per l’utilizzo di modelli statistici estremamente innovativi. Fin dall’inizio della pandemia la comunità scientifica si è chiesta quale potesse essere il ruolo dei farmaci inibitori del sistema renina-angiotensina nella progressione di Covid. Alcuni studi ipotizzavano che, aumentando i livelli di ACE2, i farmaci potessero offrire al virus nuove porte di accesso per diffondersi nell’organismo. Come sappiamo, infatti, Sars-CoV-2 utilizza il recettore ACE2 per creare un legame con cellule e tessuti. Altre indagini hanno invece dimostrato che il legame della proteina spike dei coronavirus al recettore ACE2 determina una diminuzione di ACE2. Ciò, a sua volta, causa una eccessiva produzione di angiotensina ad opera dell’enzima ACE, che viene in minor misura convertito in una sostanza ad attività vasodilatante da parte dell’ACE2. Questo fenomeno contribuisce al danno polmonare. Pertanto, una maggiore espressione di ACE2 potrebbe paradossalmente proteggere i pazienti trattati con Ace Inibitori e Sartani da conseguenze polmonari gravi, piuttosto che metterli a rischio. Per capire meglio, diciamo che nel sistema renina-angiotensina agiscono due componenti: ACE rappresenta la parte “cattiva” (proinfiammatoria) e ACE2 quella “buona”. Lo studio conferma la seconda ipotesi, ovvero che la maggior produzione di ACE2 indotta dai farmaci ipertensivi di tipo RAASi protegge dal rischio di morte i soggetti fragili». (Salute, Corriere)

Troppe ore al pc? Stacca un po’ e Muoviti!

Stare ore davanti al computer non ti fa bene, ma basta poco per compensare il troppo tempo che resti attaccata alla scrivania: ora non hai più scuse.

La pandemia e il lockdown hanno anche avuto questo effetto: siamo sempre al cellulare e/o al computer. Certo, non siamo mai stati un popolo di sportivi ma adesso il telelavoro ci ha davvero dato la botta finale.

Tutti con mal di schiena, cervicale e affini?
Un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine ha calcolato quanto tempo dedicato al movimento potrebbe farci sentire meglio sia nel corpo che nella psiche: basterebbero 30-40 minuti di allenamento «moderato o vigoroso» al giorno per compensare gli effetti negativi di circa 10 ore passate alla scrivania.

ALZATI E CAMMINA
I risultati di un’analisi hanno evidenziato che il rischio mortalità dei più sedentari aumentava con il diminuire dell’attività fisica e che, al contrario, i più attivi riuscivano tramite l’esercizio fisico ad annullare gli effetti negativi delle ore passate seduti. Biciclettate, camminate veloci e anche (per i fortunati che hanno un giardino) giardinaggio: poco più di mezz’ora al giorno di attività di questo tipo migliorerebbe notevolmente la salute del nostro fisico provato da ore di telelavoro. Vi sembra troppo? Iniziate con pochi minuti perché «muoversi un po’ è sempre meglio che non muoversi affatto».

LA OMS CONFERMA
L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia agli adulti dai 18 ai 64 anni di praticare dai 150 ai 300 minuti a settimana di attività fisica aerobica moderata, o dai 75 ai 150 minuti di attività fisica aerobica intensa, limitando quindi il più possibile i momenti di sedentarietà. Ce la faremo ad alzarci dalla sedia e a staccarci dallo schermo?
(Salute, Focus)

QUALI SONO I SINTOMI DELLA GASTRITE?

Quando abbiamo mal di stomaco, o soffriamo di bruciore e reflusso, talvolta tendiamo a dare la colpa alla “gastrite”, spesso in maniera erronea. Non tutti sanno però cosa sia, di preciso, la gastrite, come si manifesti o come si possa contrastare.

Cos’è la gastrite? La gastrite è l’infiammazione della parete interna dello stomaco. Spesso è causata da un batterio, l’Helicobacter Pylori, ma anche da altri fattori, come ad esempio alcuni farmaci (tra i quali l’aspirina o alcuni antidolorifici) o l’abuso di alcol. Lo stress può essere uno dei fattori di rischio più comuni nella comparsa di questa patologia. Chi ha patologie della tiroide, può sviluppare una gastrite associata a questo. La gastrite può essere acuta, comparendo improvvisamente, o cronica, sviluppandosi lentamente e perdurando nel tempo. È molto importante non sottovalutare i sintomi: se trascurata, può portare alla formazione di ulcere, sanguinamenti e lacerazioni dello stomaco.

I sintomi della gastrite
La cosa interessante della gastrite è che, contrariamente a quanto si creda, non ha sintomi peculiari. Nelle forme acute possiamo riscontrare bruciore o dolore localizzati alla parte alta dell’addome, che peggiorano solitamente entro un’ora dal pasto. Se il bruciore aumenta prima dei pasti, per calmarsi con il pasto stesso, è più probabile che ci troviamo di fronte al Reflusso Gastroesofageo, piuttosto che alla Gastrite. In ogni caso, è bene parlarne con un medico, se i disturbi durano più di un paio di settimane.

Come trattare e diagnosticare la gastrite?
La gastrite si può diagnosticare, nei soggetti giovani, sulla base dei sintomi e con la ricerca del batterio dell’Helicobacter Pylori. Si può ricercare con un test fecale, nel sangue oppure con il test del respiro. Per i soggetti che hanno superato i 45 anni e che presentano sintomi, oppure in coloro che hanno un familiare giovane che ha avuto cancro dello stomaco, o ancora giovani in cui la terapia specifica non ha funzionato, è indicata l’EGDS, ossia l’Esofago – Gastro – Duodenoscopia. Una volta che la gastrite è confermata, si può ridurre l’acidità gastrica con alcuni farmaci specifici (inibitori della pompa protonica), oppure con Antiacidi che “Tamponano” temporaneamente l’acidità. Questi ultimi, associati a farmaci che aumentano lo svuotamento dello stomaco, sono utili anche nel caso di gastriti dovute alla risalita della bile nello stomaco. Se il medico li prescrive, si possono assumere degli antibiotici, come l’Amoxicillina o la Claritromicina, che si utilizzano per eliminare l’infezione da Helicobacter Pylori.

Gastrite: cosa mangiare o non mangiare?
Non è necessario seguire una dieta specifica in caso di gastrite. A livello di buon senso, però, possiamo consigliare di evitare quei cibi che causano eccessiva acidità di stomaco, come i fritti, il caffè, il tè, gli alcolici, bevande gassate o molto calde, che possono danneggiare o peggiorare l’infiammazione della parete interna gastrica. Oltre all’alimentazione, si consiglia di evitare il fumo e di incrementare l’attività fisica, grande alleata contro lo stress. Anche mantenere un costante e regolare ciclo sonno-veglia aiuta a migliorare significativamente i disturbi.
(Salute, Humanitas)

PRIMA DEL CORONAVIRUS: LE PANDEMIE ED EPIDEMIE DAL ‘900 A OGGI

COVID-19 è l’ultima di una serie di pandemie che, dal Novecento a oggi, hanno sconvolto il nostro pianeta: dall’influenza spagnola all’epidemia SARS, dall’Ebola alla influenza aviaria, nell’ultimo secolo sono state molte le epidemie, la maggior parte delle quali sconfitte grazie al lavoro di ricercatori e medici di tutto il mondo.

L’influenza spagnola
L’influenza spagnola è stata un’epidemia influenzale che, nel biennio 1918-1920, ha causato la morte di quasi 50 milioni di persone. Il numero è impressionante anche perché a conti fatti la Prima Guerra Mondiale, altamente sanguinosa, aveva causato la metà delle vittime. Il primo caso fu registrato negli Stati Uniti, ma la pandemia prese il nome di “Influenza spagnola” a causa della forte censura di guerra che, all’epoca, i giornali di tutto il mondo stavano attuando. I giornali spagnoli furono semplicemente i primi a parlare di pandemia, e così si credette che fosse limitata, appunto, alla sola Spagna. Il virus influenzale, poi, si espanse con facilità insieme alle truppe sui fronti, facilitata dalla scarsa condizione igienica in cui i soldati erano costretti a vivere. Questo virus è considerato l’antenato dei 4 ceppi di influenza: A, A/l’H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2. Questi virus hanno circolato fino al 1977, quando l’H1N1 è riemerso causando un’ altra epidemia, chiamata influenza Russa, che si diffuse rapidamente colpendo soprattutto i giovani con meno di 25 anni con manifestazioni cliniche lievi, anche se tipicamente influenzali.

L’influenza Asiatica
Comparsa nella penisola di Yanan, in Cina, nel 1957, la pandemia asiatica è stata generata da un virus influenzale A, l’H2N2. L’influenza asiatica ha causato circa 2 milioni di morti ed era di origine aviaria: questo significa che il virus era presente negli uccelli e poi è stato trasmesso all’uomo.

La pandemia del 1968
Nel 1968 ci fu un’altra pandemia influenzale, generata a Hong Kong, dal sottotipo H3N2. La pandemia, che si diffuse in tutta l’Asia, non ebbe gravi conseguenze in Europa quanto negli Stati Uniti. Questo accadde grazie al fatto che uno dei due antigeni di cui era composto il virus aveva già colpito, 11 anni prima, la popolazione asiatica, che aveva sviluppato l’immunità. In tutto la pandemia del 1968 causò oltre un milione di vittime.

L’HIV
L’HIV è stata probabilmente la pandemia più importante della nostra storia recente, e ha ucciso più di 25 milioni di persone. L’HIV (virus dell’immunodeficienza umana) non è di per sé un virus letale: nella pratica, provoca un progressivo indebolimento del sistema immunitario, attaccando e distruggendo i linfociti CD4, un particolare tipo di globuli bianchi responsabili della risposta immunitaria dell’organismo fino a renderlo vulnerabile nei confronti di altri virus, batteri, protozoi, funghi e tumori. I primi casi registrati sono del 1981 e il virus ha colpito tutti i Paesi, in modo particolarmente grave quelli del Terzo Mondo. Il virus si trasmette principalmente in tre modi: per via sessuale, tramite rapporti non protetti; per via ematica, tramite il sangue; per via verticale, ossia da madre al figlio durante il parto o attraverso l’allattamento In base alle conoscenze attuali, HIV è suddiviso in due ceppi: 1. HIV-1 2. HIV-2. Il primo dei due è prevalentemente localizzato in Europa, America e Africa centrale. HIV-2, invece, si trova in Africa occidentale. Attualmente non esistono cure per l’eradicazione dell’infezione da HIV. Il trattamento dell’infezione da HIV consiste in un controllo del virus attraverso una combinazione di farmaci che blocca la replicazione del virus, riducendo carica virale e conseguentemente la distruzione del sistema immunitario.

La SARS
Il 2003 è l’anno della SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave), una forma atipica e particolarmente grave di polmonite, che uccide immediatamente 800 persone. La SARS ha avuto origine in una provincia cinese ed è stata scoperta da un medico italiano, Carlo Urbani, morto della stessa malattia. In totale, da novembre 2002 a luglio 2003, la SARS ha determinato 8096 casi in 17 Paesi, con un tassi di letalità del 10%.

L’influenza suina
Nel 2009 ci fu un nuovo allarme pandemia: l’influenza suina, causata da un virus del ceppo H1N1, ha causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di contagi. Il virus si è particolarmente sviluppato nel continente americano e ha colpito prevalentemente uomini adulti in buona salute. L’infezione si trasmette da uomo a uomo per via aerea, come le comuni influenze: l’assunzione di carne di maiale non comporta la possibilità di contrarla.

L’Ebola
L’Ebola è stata scoperta nel 1976 nella Repubblica Domenicana del Congo e nel Sudan e, nel 2014, è stata riscontrata una nuova ondata di epidemia. Si tratta di un virus a RNA, che colpisce principalmente l’uomo e i primati, ma ne sono portatori anche i pipistrelli da frutta e causa una febbre emorragica che si trasmette attraverso fluidi corporei. La mortalità è molto elevata: se non curata immediatamente, si calcola una percentuale di decessi del 50-90%.

L’importanza della Ricerca
Le epidemie si possono contrastare insieme, grazie a uno strumento prezioso: la Ricerca. È grazie alla Ricerca, infatti, che abbiamo terapie e vaccini contro alcune delle malattie più pericolose che hanno sconvolto il nostro Pianeta. Solo acquisendo informazioni sul virus e conoscendolo a fondo possiamo agire. Al momento conosciamo molto poco le risposte immunitarie nei confronti del Coronavirus SARS-CoV-2 che causa Covid-19: non sappiamo, ad es., se gli anticorpi siano protettivi né quanto duri la memoria immunologica. E non sappiamo con certezza se la nostra prima linea di difesa (l’immunità innata e che da sola gestisce ed elimina più del 90% dei virus e batteri che incontriamo) funzioni e possa essere attivata anche nei confronti del Coronavirus. Per questi motivi anche la Ricerca Humanitas si è attivata coordinando diversi studi basati proprio sulla relazione tra sistema immunitario e Coronavirus SARS-CoV-2 con l’obiettivo di mettere a punto nuovi strumenti di diagnosi della malattia.
(Salute, Humanitas)

Diagnosticare COVID-19: gli strumenti a disposizione. Il punto dell’ISS

Tamponi molecolari, test rapidi antigenici, test sierologici: sono questi al momento, secondo le evidenze a disposizione, gli strumenti per identificare l’infezione da SARS-CoV-2.

Con un nuovo documento appena pubblicato le istituzioni nazionali coinvolte riassumono le informazioni disponibili e indica il test da utilizzare nei differenti contesti. Infatti, l’elevata sensibilità e specificità dei test non possono rappresentare l’unico criterio nella scelta del tipo di test da utilizzare nell’ambito di una strategia che prevede non solo la diagnosi clinica in un preciso momento ma anche la ripetizione del test all’interno di una attività di sorveglianza che sia sostenibile e in grado di rilevare i soggetti positivi nel loro reale periodo di contagiosità. La scelta di questi strumenti tiene in considerazione diversi parametri come ad esempio i tempi di esecuzione del test, la facilità d’uso e le caratteristiche di sensibilità e specificità, l’organizzazione regionale, la situazione epidemiologica, la necessità di interventi rapidi di controllo.

“Il documento “Test di laboratorio per SARS-CoV-2 e loro uso in sanità pubblica” – dice Paolo D’Ancona dell’ISS – aggiunge un importante tassello alla strategia di uso degli strumenti diagnostici fornendo indicazioni sui criteri di scelta tra i test a disposizione, per un uso razionale e sostenibile delle risorse, nei diversi contesti.  E’ un momento di sovraccarico di richieste dei test sia per fini clinici che di sanità pubblica, quindi è stato importante indicare l’uso dei test molecolari per le situazioni in cui la certezza della diagnosi prevale sulla tempestività per difendere le situazioni a maggiore fragilità mentre si apre all’uso dei test rapidi laddove un intervento di controllo precoce può ottenere una riduzione della trasmissione.

L’idea di indicare i contesti e i test di scelta – conclude l’esperto – implica comunque la necessità di una informazione capillare anche ai medici prescrittori dell’adeguato test a livello territoriale”.

Il tampone molecolare è la prima scelta ad esempio in caso di caso sospetto sintomatico, in caso di contatto stretto di caso confermato che manifesta sintomi, negli screening degli operatori sanitari, nei soggetti a contatto con persone fragili o per l’ingresso in comunità chiuse. In altri contesti è indicato ricorrere ai test antigenici rapidi che, oltre essere meno laboriosi e costosi, possono fornire i risultati in meno di mezz’ora e sono eseguibili anche in modo delocalizzato consentendo di accelerare le misure previste. Nei casi in cui il test rapido dovesse risultare positivo può essere necessario averne la conferma tramite il tampone molecolare specialmente in assenza di un link epidemiologico.

I test antigenici rapidi salivari, attualmente in fase di sperimentazione, andranno considerati come alternativa ai test antigenici rapidi su tampone oro-naso faringeo o nasali se le validazioni e le esperienze pilota oggi in corso in Italia, daranno risultati che ne indicano un uso anche nella routine di sanità pubblica. Si sottolinea che i sistemi di raccolta della saliva tipo “Salivette” non appaiono al momento adeguati, per modalità di svolgimento, per i soggetti non collaboranti a causa del rischio di ingestione del dispositivo di raccolta.

Nei casi sospetti e casi positivi:
Il test è mirato alla ricerca del virus nel contesto delle indagini cliniche ed epidemiologiche di soggetti con sintomatologia compatibile con una infezione da SARS-CoV-2, inclusi i contatti stretti sintomatici, e ai test effettuati per definire la guarigione dei casi positivi.

Nei contatti stretti asintomatici:
I test dovrebbero essere limitati solo ai contatti stretti di un caso confermato sia che il test sia prescritto all’inizio che alla fine della quarantena. Non è raccomandato prescrivere test diagnostici a contatti stretti a loro volta contatti stretti di caso confermato; qualora essi vengano richiesti in autonomia, i soggetti non devono essere considerati sospetti né essere sottoposti ad alcuna misura di quarantena né comunicati al Dipartimento di Prevenzione, tranne i positivi che vanno sempre comunicati. L’esecuzione dei test diagnostici, anche in ambito scolastico, per i contatti stretti, deve essere sempre accompagnata dalla segnalazione al Dipartimento di Prevenzione di competenza. Allo stesso tempo deve essere raccomandato al soggetto di rispettare l’isolamento domiciliare in attesa del risultato del test.

Glossario

Test molecolare mediante tampone
Si tratta di una indagine molecolare reverse transcription (rt)-Real Time PCR per la rilevazione del genoma (RNA) del virus SARS-CoV-2 nel campione biologico. Questa metodica permette di identificare in modo altamente specifico e sensibile uno o più geni bersaglio del virus presenti nel campione biologico e di misurare in tempo reale la concentrazione iniziale della sequenza target.

Test antigenico rapido (mediante tampone nasale, naso-oro-faringeo, salivare)
Un nuovo tipi di test che promette di offrire risultati più rapidamente (30-60 minuti), con minor costo e senza la necessità di personale specializzato. E’ uno strumento potenzialmente utile soprattutto per le indagini di screening. A differenza dei test molecolari, però, i test antigenici rilevano la presenza del virus non tramite il suo acido nucleico ma tramite le sue proteine (antigeni). Purtroppo, fino ad oggi non vi sono sufficienti studi pubblicati che, a fronte di contesti specifici e di una ampia casistica, forniscano indicazioni sulla sensibilità e specificità di questi test rapidi in tutte le situazioni. Allo stato attuale, i dati disponibili dei vari test per questi parametri sono quelli dichiarati dal produttore: 70-86% per la sensibilità e 95-97% per la specificità

Test sierologici
I test sierologici rilevano l’esposizione al virus SARS-COV- 2 ma non sono in grado di confermare o meno una infezione in atto. Per questo, la positività necessita di un test molecolare su tampone per conferma. Come da circolare del Ministero della Salute 16106 del 9 maggio 2020, si ribadisce che “ la qualità e l’affidabilità di un test dipendono in particolare dalle due caratteristiche di specificità e sensibilità, e pertanto, sebbene non sussistano in relazione ad esse obblighi di legge, è fortemente raccomandato l’utilizzo di test del tipo CLIA e/o ELISA che abbiano una specificità non inferiore al 95% e una sensibilità non inferiore al 90%, al fine di ridurre il numero di risultati falsi positivi e falsi negativi. Al di sotto di queste soglie, l’affidabilità del risultato ottenuto non è adeguata alle finalità per cui i test vengono eseguiti.

(ISS, novembre 2020)

TORCICOLLO, COME CURARLO CON I FARMACI?

Per quanto possa essere considerato un disturbo comune, il torcicollo è un problema tutt’altro che banale, tanto da poter rendere necessario in alcuni casi l’intervento di uno specialista.

Fortunatamente, però, a volte basta affrontarlo in modo corretto perché il dolore acuto e penetrante che lo caratterizza se ne vada senza lasciare traccia. «Il torcicollo è un violento spasmo della muscolatura del collo», spiega Stefano Respizzi, esperto di fisiatria e Medicina dello sport di Humanitas. A causarlo possono essere dei movimenti bruschi o eseguiti in modo scorretto, ma non solo. Anche improvvisi sbalzi di temperatura possono portare alla contrattura dei muscoli del collo, che in seguito a un brusco raffreddamento possono perdere la loro capacità di reazione, con conseguente comparsa del torcicollo. Chi ne soffre sa riconoscere molto bene i suoi sintomi: le difficoltà a girare, flettere e allungare il collo sono causate da un dolore molto forte che può anche estendersi al braccio.

TORCICOLLO, SI PUÒ INTERVENIRE CON FARMACI ANALGESICI
«Nel caso in cui compaia – consiglia il dottor Respizzi – è possibile intervenire precocemente con farmaci analgesici e tenendo al caldo al collo». Fra i medicinali che possono essere utili in questo caso sono inclusi quelli a base di paracetamolo, di Ibuprofene, di Acido Acetilsalicilico e di Naprossene, ma anche l’uso di una sciarpa può essere d’aiuto. Il caldo, infatti, può alleviare il dolore associato alla contrattura del muscolo. Da evitare, invece, movimenti inopportuni. In particolare, l’esperto raccomanda di evitare brusche rotazioni e flessioni del collo, ma non solo. «Nelle prime fasi non si devono fare esercizi – spiega Respizzi – ma affidarsi ai farmaci». Nei primi giorni il riposo è importante e qualsiasi movimento deve essere compiuto senza forzare e avendo cura di assumere posizioni comode anche quando si dorme, in modo da evitare di peggiorare la situazione portando a un ulteriore irrigidimento dei muscoli.

SE IL TORCICOLLO NON PASSA, MEGLIO RIVOLGERSI A UNO SPECIALISTA
L’esperto, però, avverte: «Il persistere dei sintomi o il ripresentarsi con frequenza degli stessi deve invece indurre ad approfondimenti». Perciò se farmaci e caldo non sono sufficienti a risolvere il problema in un paio di giorni è bene rivolgersi a uno specialista, che potrebbe ritenere opportuno prescrivere esami di approfondimento. «L’accertamento più comune è una radiografia del collo», spiega il dottor Respizzi, sottolineando che in genere solo nei casi in cui dovessero esserci dei dubbi sulla diagnosi lo specialista potrebbe richiedere l’esecuzione di altre analisi. (Salute, Humanitas)

Coronavirus: un SATURIMETRO in casa rileva l’Insufficienza RESPIRATORIA

Uno strumento di facile uso che potrebbe permettere di monitorare a distanza i pazienti fragili o anziani colpiti da Covid che non necessitano di cure urgenti. Attenzione al valore soglia che è del 94%

La questione dei «ricoveri in terapia intensiva inappropriati credo si debba affrontare in un quadro più articolato, anche perché ci sono alcune aree del Paese che hanno bisogno di affrontare le cure con un ricovero. È importante quindi, fornire indicazioni ai medici di base sulle terapie da dare ai pazienti Covid affinché non arrivino in rianimazione e ai quali, anzi, andrà dato un saturimetro per una gestione domiciliare attenta e costante».

I valori che preoccupano
Rilevare l’insufficienza respiratoria in fase iniziale è importante per capire se un paziente Covid abbia problemi ai polmoni ed è possibile dotando di saturimetro tutti i pazienti Covid sospetti o Covid conclamati. Il saturimetro è un piccolo oggetto che, come una molletta, si infila al dito e misura in un istante i valori di ossigenazione del sangue. Quali sono quelli che destano sospetti? In persone sane e giovani un risultato inferiore al 95%, nei soggetti anziani e/o con patologie si può scendere fino al 92%. «Ci si deve preoccupare quando il valore scende di 4-5 punti — chiarisce Sergio Harari, primario di Pneumologia all’Ospedale San Giuseppe di Milano. È importante effettuare la misurazione sempre nella stessa posizione, senza guanti e possibilmente senza smalto per unghie. Se aumenta la temperatura corporea, i valori di ossigeno nel sangue cambiano. Meglio quindi usare il dispositivo dopo aver preso l’antipiretico».
(Salute, Corriere)

Perché il VACCINO ANTINFLUENZALE va ripetuto ogni anno?

A causa delle frequenti mutazioni, il virus influenzale potrebbe non essere riconosciuto dal sistema immunitario già pochi mesi dopo l’infezione

In Europa, i casi di influenza si verificano solitamente da gennaio alla prima metà di marzo, anche se questo arco di tempo può spostarsi avanti o indietro di qualche settimana. Al termine di questo periodo, il virus non scompare, ma continua a circolare spostandosi nell’emisfero boreale, dove inverno ed estate sono opposti rispetto alle nostre latitudini. I virus che causano l’influenza sono soggetti a cambiamenti (mutazioni) che li rendono sfuggenti. Per questo motivo, anche se si è contratta l’influenza in precedenza, non è detto che il nostro sistema immunitario sia in grado di riconoscere il virus che si ripresenta l’anno successivo. Questo meccanismo riguarda anche la vaccinazione antinfluenzale. Facciamo un esempio pratico. Durante la stagione invernale 2018-19, ricercatori ed epidemiologi hanno rilevato i ceppi influenzali circolanti più comuni in Italia e in Europa. Il vaccino per la stagione successiva (2019-20) è così stato prodotto nei primi mesi dell’anno 2019 per essere pronto alla distribuzione entro ottobre. Chi produce i vaccini, tuttavia, non è sempre in grado di prevedere con massima esattezza come il virus muterà e quali saranno i ceppi virali che colpiranno in futuro. Viene dunque effettuata una scelta ponderata e i vaccini prodotti proteggeranno contro i ceppi più probabili. Sebbene questo meccanismo non sia perfetto (l’efficacia potrebbe non essere del cento per cento), garantisce comunque una protezione molto buona all’interno della popolazione, specialmente per le fasce più a rischio come gli anziani. Inoltre, bisogna ricordare che i virus influenzali si diffondono seguendo leggi matematiche. Nel caso in cui gran parte della popolazione sia vaccinata, l’infezione non trova possibili candidati in cui propagarsi. Questo contribuisce a diminuire di molto le possibilità del virus di circolare (proteggendo i più deboli). Anche un’arma imperfetta, dunque, può essere importantissima per difenderci e difendere chi è più esposto.
(Salute, Fondazione Veronesi)

CALO DI PRESSIONE: COME COMPORTARSI?

A volte, quando si passa dalla posizione seduta a quella eretta, o quando ci si alza da sdraiati, possono comparire una serie di sintomi, come un leggero capogiro, la sensazione di instabilità o la vista annebbiata.

Questi sono indicatori di un calo di pressione improvviso, fenomeno estremamente comune e che può dipendere da diversi fattori. Cosa succede, di preciso, quando si verifica un calo di pressione? E come comportarsi?

Questioni di risposta pressoria allo stimolo gravitazionale e di termoregolazione
Il nostro sistema nervoso autonomo regola, tra le altre cose, la pressione arteriosa. Quando passiamo dalla posizione seduta a quella in piedi, si assiste a un brusco cambiamento dell’attività nervosa di regolazione cardiovascolare. Infatti aumenta l’attività nervosa simpatica al cuore – producendo tachicardia – e aumenta anche l’attività nervosa diretta ai vasi arteriosi periferici – generando una vasocostrizione arteriosa e venosa che impedisce i cali di pressione. Se l’ambiente circostante è caldo, questo fenomeno regolatorio diventa più complesso, poiché il sistema nervoso autonomo è chiamato a un’ulteriore attività che è quella di termoregolazione. Per funzionare correttamente, infatti, il nostro organismo ha bisogno di mantenere la temperatura corporea interna stabile, in un range di temperatura interna assai limitato e nelle zone periferiche compreso tra i 36.0° e i 41.00 °C. Quando la temperatura esterna sale eccessivamente, si assiste a un incremento della frequenza cardiaca e a una vasodilatazione periferica e cutanea, associate a un incremento della sudorazione, fenomeni essenziali per disperdere il calore del corpo. Infatti, qualsiasi attività che facciamo produce calore che deve essere disperso attraverso la sudorazione e l’incremento della ventilazione polmonare. Quest’ultima aumenta sensibilmente in condizioni ambientali eccessivamente calde. Senza questi meccanismi di compenso la nostra temperatura corporea aumenterebbe progressivamente e questo non è compatibile con i processi enzimatici necessari per la vita. Se abbiniamo una tendenza alla pressione bassa (ipotensione costituzionale), ecco che può sopraggiungere un calo improvviso di pressione con sintomi come la spossatezza, la vertigine, il senso di mancamento fino allo svenimento (sincope).

Chi è maggiormente colpito da cali di pressione?
I cali di pressione sono particolarmente comuni nelle persone che hanno, di norma, una pressione bassa, la cui “massima” (o sistolica) è uguale o inferiore a 90 mmHg e quella minima (o diastolica) è uguale o inferiore a 60 mmHg. cioè nelle ipotensioni costituzionali, più frequenti nelle giovani donne, di età tra i 16 e i 28 anni.

Quando può avvenire un calo di pressione?
I cali di pressione avvengono spesso in giornate particolarmente afose, dopo movimenti improvvisi, e dopo un esercizio fisico importante, oppure al chiuso, in luoghi di lavoro come le cucine. Quando siamo fermi a riposo, i nostri valori pressori sistolici (la “massima”), sono compresi tra 100 e 125 mmHg e quelli di diastolica (la “minima”) tra 80 e 90 mmHg: durante un esercizio fisico o uno sforzo importante, la pressione può aumentare di molto, fino a raggiungere e superare i valori di 180/100 mmHg. Questo avviene comunemente durante un esercizio fisico massimale. Quando l’esercizio termina, tuttavia, la pressione può scendere molto velocemente, e questo improvviso calo è responsabile dei sintomi sopra descritti soprattutto se il soggetto rimane fermo in piedi. È infatti nei nostri occhi l’immagine televisiva di atleti che al termine della loro corsa, pur esausti, continuano a camminare o addirittura a “corricchiare”, per permettere al loro organismo di ritornare lentamente alla condizione di riposo ed evitare così i sintomi pre-sincopali.

Come comportarsi durante un calo di pressione?
Sarebbe opportuno sdraiarsi fino a quando i sintomi non scompaiono. Se ciò non è possibile, ci si può sedere, respirare a fondo e bere un bicchier d’acqua.
Non è necessario lo zucchero: l’acqua, da sola, è in grado di far aumentare la pressione arteriosa, attivando gli osmorecettori epatici in collegamento con afferenze nervose simpatiche. Queste ultime, attivate, provocano una vasocostrizione periferica e sostengono la pressione arteriosa. È importante ricordare che in certe situazioni l’acqua di rubinetto è un vero e proprio farmaco. Possiamo comunque fare molto, in termini di prevenzione del fenomeno: possiamo mantenerci idratati, assumere un corretto e adeguato quantitativo di sali minerali, magari attraverso frutta e verdura, ed evitare una rapida assunzione della posizione eretta, soprattutto se l’ambiente circostante è caldo.
(Salute, Humanitas)