Archivio annuale 2020

PER LA SALUTE DELLA PROSTATA UNO STILE DI VITA DAVVERO SANO FA LA DIFFERENZA

Per il cibo non esistono divieti assoluti. La parola-chiave è «buon senso», che invita a seguire una dieta variegata, ricca in frutta, verdura, pesce e povera di grassi

Alimentazione, attività fisica, stili di vita.
La salute maschile passa anche da qui. E poiché l’ingrossamento della ghiandola prostatica è un fatto naturale e inevitabile, sarebbe bene che tutti gli uomini seguissero pochi semplici regole che possono aiutarli almeno a ritardare e arginare la comparsa di problemi.

Idratazione adeguata ma poco alcol
«Fare regolarmente movimento e una manciata di buone abitudini quotidiane contribuiscono a migliorare i disturbi minzionali —: è importante un’adeguata idratazione (due litri di acqua al giorno), così come evitare superalcolici e pranzi troppo abbondanti. Vino e birra sono ammessi con moderazione, così come gli aperitivi: gli eccessi, specie quelli con le bevande alcoliche, fanno sempre male. Ma se non si beve a sufficienza, aumenta la concentrazione delle urine che crea un habitat ideale per le infezioni batteriche.
Un modo molto semplice per regolarsi è guardare il colore delle proprie urine:
– se sono giallo intenso o arancioni è segno che sono troppo concentrate e bisogna bere di più;
– se giallo paglierino o tendenti al bianco, invece, nessun problema, significa che stiamo assumendo la giusta dose di liquidi

A tavola
È meglio non esagerare nel consumo di tutto ciò che interferisce con gli equilibri ormonali e altera la diuresi. «Spezie piccanti (pepe, caffè, crostacei e alcolici sono considerati “afrodisiaci”, ma in realtà infiammano la ghiandola prostatica creando un artificiale impulso al coito —. Non fanno quindi bene, specie a chi già soffre di frequenti irritazioni nell’area. E a proposito d’infiammazione bisogna ricordare che intestino e prostata, per via della loro vicinanza anatomica, sono in grado d’influenzarsi reciprocamente in negativo quando uno dei due è “disturbato”. Stipsi cronica e diarrea possono infastidire la ghiandola, aggravando disturbi minzionali dovuti a prostatite e ipertrofia: conquistare una buona puntualità del proprio intestino è quindi una strategia assai utile.

Sbalzi di temperatura
Attenzione, poi, agli improvvisi passaggi caldo-freddo o viceversa. Per chi ha una forma ostruttiva di ipertrofia è utile schivare gli sbalzi di temperatura: soprattutto il raffreddamento improvviso dovuto all’aria condizionata può aggravare la situazione e provocare una ritenzione acuta d’urina con la necessità di ricorrere al catetere per disostruire l’area.

Fumo
Altro aspetto determinante e poco noto ai diretti interessati sono i problemi provocati dal tabacco nell’area genitale: il fumo può causare disfunzione erettile e impotenza nei maschi. «I danni ai vasi sanguigni causati dal fumo si ripercuotono anche sulla salute sulla capacità di erezione del pene, che è un organo molto vascolarizzato e che dipende per la sua funzionalità proprio da un corretto afflusso di sangue —: quando questo è ridotto, o la pressione è insufficiente, possono presentarsi problemi di disfunzione erettile. Nell’uomo, poi, il fumo riduce la qualità del liquido seminale compromettendo la motilità degli spermatozoi e riducendo la loro capacità di fecondare l’ovocita femminile».

Attività sportiva
Veniamo al capitolo sport: «Praticare attività fisica regolarmente, anche solo una camminata di 30 minuti al giorno, è un toccasana. Gli sport con prevalente movimento delle gambe (come corsa e nuoto) hanno effetto decongestionante. Solo, per chi soffre di prostatite, meglio limitare la bici, che favorisce microtraumi perineali che possono accentuare l’infiammazione prostatica. Che gli uomini con ipertrofia, con difficoltà anche notevoli a urinare, non possano pedalare è una leggenda metropolitana. Solo è meglio usare la sella con il buco centrale e pantaloncini ad hoc (pelle di daino e protezione perineo) per chi fa attività prolungata, mentre in città va benissimo quella imbottita. Anche moto, equitazione e canottaggio sollecitano molto il pavimento pelvico e possono infiammare la prostata, per cui è consigliabile l’uso di equipaggiamenti specifici».

Attività sessuale
Non c’è alcuna controindicazione anche all’attività sessuale che non solo non è nociva, ma se praticata con regolarità e senza eccessi (quali coiti interrotti, ripetuti in breve tempo o eiaculazione volutamente ritardata a lungo) ha effetti benefici. L’astinenza prolungata, infatti, provoca il ristagno delle secrezioni nella ghiandola prostatica favorendone la congestione e quindi possibili infezioni e infiammazioni.
(Salute, Corriere)

“ANEMIA, CARNE ROSSA È L’UNICA VERA FONTE DI FERRO”, VERO O FALSO?

In caso di anemia e carenza di ferro molti credono che mangiare più carne rossa sia l’unica vera fonte per ripristinare i valori del ferro. Vero o falso?

FALSO Anche se la carne rossa è certamente una valida fonte di ferro in caso di anemia, la carne rossa però non è l’unica vera risorsa di ferro, un minerale indispensabile per la sintesi dell’emoglobina, proteina che trasporta l’ossigeno alle cellule. In caso di anemia spesso i medici consigliano di mangiare più carne rossa, fino a 2-3 volte a settimana, ma sono moltissimi gli alimenti vegetali che sono una valida fonte di ferro per l’organismo. Non a caso anche chi non mangia carne rossa, come i vegetariani, raramente soffre di carenza di ferro se segue un’alimentazione corretta, mentre è più frequente che presenti carenze di vitamina B12, una vitamina presente solo negli alimenti di origine animale – spiega l’esperta. – Poiché il ferro viene introdotto con l’alimentazione, o con integratori, quando i livelli di ferro scendono e si sviluppa anemia, una condizione che provoca sensazione di stanchezza, fiato corto, pallore e talvolta anche irritabilità, per alzare i livelli di ferro nel sangue è possibile ricorrere anche ad alimenti vegetali come legumi, in particolare fagioli bianchi, soia, ceci e lenticchie, semi di zucca, cacao amaro e cioccolato fondente oltre il 70%, germe di grano e semi di sesamo. Si tratta di alimenti che possono essere utilizzati da soli o abbinati ad altri piatti, meglio se accompagnati da una fonte di vitamina C come succo di limone, una spremuta d’arancia o di pompelmo, per es., che favoriscono l’assorbimento del ferro. Da evitare tè e caffè, una dieta troppo ricca di fibre dai cereali e crusca, e un eccessivo consumo di latticini perché inibiscono l’assorbimento del ferro.”
(Salute, Humanitas)

CORONAVIRUS, È DEFINITIVO: LE CURE PER L’IPERTENSIONE NON VANNO INTERROTTE

Un nuovo importante studio condotto in Brasile dimostra che i farmaci antipertensivi non favoriscono la diffusione di Sars-CoV-2 nell’organismo del paziente

Il messaggio è chiaro e, si può dire, praticamente definitivo: le persone che seguono una terapia antipertensiva non devono interromperla anche se si ammalano di Covid-19. Lo dimostra un importante studio appena presentato all’Esc, il Congresso della Società Europea di Cardiologia, quest’anno una “digital experience”, come l’hanno definito gli organizzatori. Cioè tutto virtuale.

Ace-inibitori e sartani
C’era stato un allarme, nei primi mesi di epidemia, per le persone in trattamento con antipertensivi (e in particolare con gli Ace-inibitori e/o con antagonisti del recettore dell’angiotensina II, i cosiddetti sartani). Quali erano i presupposti di questo allarme? Il primo: si era osservato, negli animali da esperimento, che il nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) utilizza i recettori Ace2 per infettare le cellule. E questi Ace2 risultano aumentati nelle persone che fanno uso di Ace-inibitori e sartani. Quindi si era avanzata l’ipotesi che questi farmaci potessero favorire la diffusione del virus. Secondo punto: alcuni clinici cinesi, all’inizio dell’epidemia a Wuhan, avevano suggerito che l’ipertensione arteriosa poteva rappresentare un fattore di rischio indipendente capace di aumentare la mortalità nei pazienti affetti da Covid.

Studio Brace Corona
Già mesi fa le principali associazioni scientifiche si erano attivate per smentire queste ipotesi. E per suggerire ai pazienti di non interrompere le cure. Ma adesso arriva l’imprimatur di una importantissima società scientifica, l’European Society of Cardiology, e le conferme di uno studio chiamato “Brace Corona” che ha coinvolto 659 pazienti in diversi centri in Brasile, tutti in terapia antipertensiva con Ace-inibitori e/o sartani. Ecco qualche dettaglio. Tutti i pazienti erano stati ricoverati per Covid: una metà aveva sospeso il trattamento antipertensivo, l’altra metà no. I risultati li commenta il coordinatore dello studio, Renato Lops, della Duke Clinic Research Institute in Durham, Stati Uniti: «Nei pazienti con Covid-19, ricoverati in ospedale, la sospensione della terapia antipertensiva con Aceinibitori e sartani, per un mese, non ha avuto alcuna influenza sulla sopravvivenza nei confronti della malattia».

Pratica clinica
Aggiunge un suo commento Silvia Priori, presidente della Commissione che ha messo a punto il programma del Congresso Esc (Chair of the Esc Congress Programme Commettee): «Lo studio “Brace Corona” ha dimostrato che la terapia antipertensiva non va interrotta nei pazienti con Covid. Si tratta di uno studio che ha un impatto sulla pratica clinica».
(Salute, Corriere)

Vaccino di AstraZeneca: a che cosa è dovuto lo STOP

Sospesi temporaneamente i trial del vaccino di AstraZeneca dopo una sospetta, seria reazione avversa di uno dei volontari: è UNA PROCEDURA DI ROUTINE.

La notizia è stata ripresa con molto clamore: l’azienda svedese-britannica AstraZeneca, che insieme all’Università di Oxford sta conducendo una delle sperimentazioni più promettenti su un candidato vaccino anti covid, ha deciso di mettere temporaneamente in pausa il suo trial di Fase 3 in seguito a una grave malattia contratta da uno dei partecipanti, una “sospetta reazione avversa“. Lo stop è una procedura di routine, una cautela necessaria per compiere una revisione dei dati sulla sicurezza del vaccino e capire se la patologia del volontario sia legata o meno alla sua somministrazione.

CHE TIPO DI MALATTIA?
La natura esatta della condizione non è stata immediatamente riferita, anche se fonti anonime legate alla sperimentazione dicono che il soggetto interessato è uno dei volontari arruolati nel Regno Unito, e che sembra avviato verso la guarigione. Secondo un’indiscrezione citata dal New York Times, un partecipante al trial nello UK avrebbe ricevuto una diagnosi di mielite trasversa, una sindrome infiammatoria che coinvolge il midollo spinale e che è spesso provocata da infezioni virali. Ma i tempi della diagnosi non sono chiari, e non è noto se vi sia un collegamento con il candidato vaccino.

UN ATTO DOVUTO
Anche se ai non addetti ai lavori la notizia può sembrare allarmante, eventi di questo tipo sono tutt’altro che rari. Si tratta di una procedura standard attivata ogni volta che uno delle decine di migliaia di volontari – 50.000, in questo caso – coinvolti nelle sperimentazioni viene ricoverato in ospedale per una malattia dalle cause non immediatamente evidenti». Per tutelare la sicurezza del gran numero di volontari studiati e dei futuri destinatari dei vaccini, nessun ipotetico collegamento tra la salute dei soggetti e la somministrazione del vaccino può essere lasciato al caso. Sempre secondo la BBC, da quando sono cominciati i trial ad aprile è la seconda volta che il vaccino di AstraZeneca subisce uno stop. Chi si ricorda della prima?

AUTODENUNCIA
In un comunicato sulla vicenda, AstraZeneca ha precisato di aver messo in pausa il trial «volontariamente, per permettere la revisione dei dati sulla sicurezza da parte di un comitato indipendente. Si tratta di una procedura di routine che deve essere messa in atto quando si verifica una malattia potenzialmente inspiegabile in uno dei trial, mentre se ne indaga la natura, per assicurarsi di mantenere l’integrità delle sperimentazioni». L’azienda ha fatto sapere che farà il possibile per minimizzare ogni potenziale impatto di questo evento sui tempi della sperimentazione.

EFFETTI A CATENA?
Secondo un’altra fonte la scoperta potrebbe avere conseguenze su altri trial farmacologici della compagnia e sui trial clinici condotti da altre aziende produttrici di candidati vaccini. Attualmente sono 9 i vaccini sperimentali contro la CoViD-19 arrivati alla Fase 3 della sperimentazione.

VETTORE NON REPLICANTE
Il vaccino di Oxford e AstraZeneca, l’AZD1222, è stato ottenuto da un adenovirus che causa un comune raffreddore negli scimpanzé: il patogeno è stato geneticamente modificato in modo da non causare infezioni nell’uomo e da veicolare le istruzioni genetiche della proteina spike del coronavirus SARS-CoV-2. Introdotto nell’organismo, sollecita una risposta immunitaria contro lo stesso tipo di attacco del virus che provoca la covid. I trial di fase 1 e 2 avevano escluso effetti collaterali evidenti e significativi nell’uomo, ed evidenziato un’importante attivazione immunitaria.
(Salute, Focus)

Dolore al PETTO, ci pensa l’Orologio a fare l’Ecg

Lo smartwatch è in grado di fare un elettrocardiogramma a nove derivazioni in grado di poter diagnosticare in fretta un infarto. Lo studio italiano su Jama Cardiology.

Lo smartwatch è sempre più utile per chi soffre di patologie cardiovascolari. Non solo, infatti, può diagnosticare aritmie, ovvero alterazioni del ritmo cardiaco, ma permette anche di fare un elettrocardiogramma a nove derivazioni anche per la diagnosi precoce di infarto mettendolo sul petto del paziente, con una sensibilità che arriva al 94%. La nuova funzione può però essere per ora utilizzata esclusivamente
dal medico o dall’infermiere in condizioni di emergenza, quando non è disponibile un elettrocardiogramma standard ma il paziente ha sintomi di un possibile attacco cardiaco. Se si interviene con l’angioplastica entro 90-120 minuti la mortalità si dimezza, ma è fondamentale una diagnosi tempestiva. A oggi è indispensabile che i dati vengano valutati da uno specialista ma, in futuro potrebbe essere disponibile un software che consenta la diagnosi automaticamente. Finora, grazie alle app si poteva effettuare un elettrocardiogramma anche da soli. In questo caso, però, ci si toglie l’orologio dal polso e mettendolo in nove posizioni sul torace si può riconoscere l’attacco cardiaco con una sensibilità che arriva al 94%. Lo dimostra per la prima volta al mondo una sperimentazione tutta italiana i cui dati, appena pubblicati su JAMA Cardiology. Stando ai risultati, un ‘orologio intelligente’ potrebbe contribuire a ridurre drasticamente i tempi di diagnosi dell’infarto e quindi migliorare la prognosi dei pazienti, che dipende moltissimo dal tempo che intercorre fra l’inizio dei sintomi e la terapia effettuata con l’angioplastica coronarica. “Un Ecg tempestivo è fondamentale per la diagnosi di infarto, ma non sempre è prontamente disponibile in caso di sintomi sospetti; gli smartwatch, invece, sono al polso di un numero sempre più elevato di persone – gli Ecg standard prevedono l’applicazione di elettrodi che misurano l’attività elettrica del cuore in punti diversi sul torace; gli smartwatch come l’Apple Watch, che abbiamo utilizzato nella nostra sperimentazione ed è uno dei più diffusi al mondo, sono programmati per effettuare una sola derivazione elettrocardiografica, consentendo perciò di esplorare l’attività elettrica di una parte soltanto del cuore. Il nostro studio ha dimostrato che è possibile spostare l’orologio in diverse posizioni del corpo, effettuando così una misurazione a nove derivazioni analoga a quella di un ECG standard”.

Fondamentale la tempestività
La possibilità di individuare un infarto in corso con rapidità e semplicità grazie all’uso di un semplice smartphone può essere di grande aiuto in determinate situazioni nel ridurre le conseguenze negative di un attacco cardiaco: “In caso di dolore toracico, soprattutto se si associa a sudorazione e difficoltà di respirazione, è indispensabile effettuare subito un Ecg per verificare l’eventualità di un infarto in corso:
– le Linee guida Esc consigliano infatti un Ecg entro 10 minuti dal primo contatto col medico.
La tempestività è decisiva:
– i pazienti con infarto miocardico più grave devono essere trasferiti rapidamente in emodinamica per impiantare uno stent, altrimenti si vanifica il beneficio dell’intervento. Negli ultimi anni, proprio grazie all’ angioplastica primaria, la mortalità per infarto si è ridotta del 50%, a patto che la procedura venga effettuata entro 90-120 minuti dalla diagnosi con Ecg.
(La Repubblica)

LE REGOLE PER LA «GIUSTA» ABBRONZATURA: CREME PROTETTIVE E NIENTE ESAGERAZIONI

Il sole è un vero antistress naturale, stimola la produzione di vitamina D e aiuta in molte malattie, ma un’esposizione eccessiva può avere conseguenze deleterie e provocare effetti cancerogeni


Gli effetti benefici
Dopo mesi di clausura, finalmente possiamo goderci le belle giornate estive,
magari prendendo il sole al parco, in piscina o, per i più fortunati, in riva al mare. L’esposizione ai raggi solari è un toccasana per molti aspetti, ma non bisogna esagerare, pena un rischio maggiore di sviluppare tumori cutanei e non solo. Quali sono i principali effetti benefici che derivano dall’esposizione solare? «Il sole è un antistress naturale. Stimola e regola infatti il rilascio di alcuni ormoni alleati del benessere, come

  • la serotonina, l’ormone del buonumore,
  • le endorfine, sostanze implicate nei meccanismi del piacere e dell’appagamento
  • la melatonina, induttore del sonno.

Quest’ultima raggiunge alti livelli nelle ore notturne e la sua produzione si attiva quando la luce diurna viene meno. Immagazzinando una buona dose di sole durante il giorno, a fine giornata i livelli di melatonina si alzeranno —. L’esposizione alla luce solare è fondamentale anche perché stimola la produzione di vitamina D, necessaria all’assorbimento del calcio a livello intestinale e quindi valida alleata nella prevenzione dell’osteoporosi. Ancora ha effetti positivi su molte malattie cutanee (come dermatite atopica e psoriasi) e persino sull’apparato cardiovascolare, in quanto la pelle foto esposta rilascia ossido nitrico che riduce la pressione arteriosa».

I pericoli
Perché può far male? «L’esposizione continuativa e protratta ai raggi solari ha effetti cancerogeni, favorendo l’accumulo di mutazioni nelle cellule
dell’epidermide e quindi lo sviluppo di tumori cutanei. Il più frequente è il
carcinoma basocellulare, seguito dal carcinoma squamocellulare, che può essere più aggressivo e, nei casi più avanzati, quando non trattato subito, può dare metastasi. L’esposizione intensa ed intermittente, specie in giovane età, è invece implicata soprattutto nello sviluppo del tumore cutaneo più pericoloso, il melanoma. L’esposizione prolungata ai raggi UV è la principale responsabile dell’invecchiamento precoce della pelle, favorendo la formazione di rughe e macchie cutanee».

Quei segnali da non trascurare
Come si riconoscono i tumori cutanei? «Le cheratosi attiniche sono considerate i più importanti precursori del carcinoma squamocellulare della cute, anche se, secondo studi recenti, sarebbero piuttosto la prima manifestazione locale di tale tumore. Si presentano soprattutto sulle aree cutanee fotoesposte, come piccole chiazze asintomatiche, con dimensioni variabili (in media intorno ai 5 mm), di colorito rossastro o, più raramente, brunastro. Di solito la superficie risulta rugosa, con piccole crosticine. Il carcinoma basocellulare si può manifestare con piccole erosioni superficiali, di colore variabile dal rosa al marrone che appaiono soprattutto sul tronco, oppure con lesioni nodulari rilevate e palpabili, più comuni su testa e collo, che nel tempo tendono a sanguinare e a ulcerarsi. Per quanto riguarda il melanoma, più spesso insorge come un neo, con caratteristiche diverse rispetto a tutti gli altri nevi presenti, il cosiddetto “brutto anatroccolo”, e più raramente su un neo preesistente. Le modifiche che possono essere individuate seguendo la regola dell’ “ABCDE”, ovvero il neo sospetto presenta:
Asimmetria di forma,
Bordi frastagliati,
Colore variegato,
Dimensioni sopra i 5 mm in aumento e tende a
Evolversi
,
mostrando in un tempo piuttosto breve cambiamenti di aspetto e dimensioni».
(Salute, Corriere)

CHE COS’È LA LUCE BLU E PERCHÉ FA MALE AGLI OCCHI?

Lo smartphone è, ormai, un oggetto che fa parte della quotidianità di tutti, un oggetto indispensabile per essere sempre connessi con il mondo e vivere il presente. Abusare dello smartphone, tuttavia, può comportare dei rischi per la salute.


Le onde impiegate per i collegamenti alla rete che lo smartphone emette non sono sempre innocue, specie se ci si espone a un contatto prolungato. Tuttavia è anche sulla luce blu prodotta dallo schermo sulla quale negli ultimi anni si stanno conducendo numerosi studi.


Luce blu e occhio
Si chiama luce blu quella radiazione compresa tra i 380 e i 500 nanometri. È una forma di luce a cui si è esposti naturalmente durante il giorno, ma in quantità minori rispetto a quando si fissa lo schermo di uno smartphone o di un computer. L’occhio umano è abituato a essere esposto alla luce blu di giorno e reagisce di conseguenza. Se sottoposta a una fonte potenzialmente intensa, la pupilla tende a restringersi per regolare il flusso luminoso, tuttavia non è in grado di discriminare la natura della lunghezza di onda. Se il soggetto presta molta attenzione a ciò che esegue, l’ammiccamento – cioè il ritmico chiudersi delle palpebresi fa meno frequente. Questa condizione in cui gli occhi si chiudono con minore frequenza causa una sostanziale secchezza della superficie corneale. La differenza, che è di circa cinque volte in meno al minuto, rende le difese dell’apparato visivo più deboli. Inoltre la visione a una distanza ravvicinata, come quella del computer o dei cellulari, determina l’orientamento dei bulbi oculari in convergenza affinché entrambi osservino il medesimo campo. Quando protratta, questa condizione nei pazienti predisposti può causare disturbi del coordinamento oculare.

I sintomi e la sindrome da computer
Al problema della luce blu è legata la cosiddetta CVS (Computer Vision Syndrome), o sindrome da computer. La CVS è una sindrome molto diffusa tra le persone che passano molte ore sui dispositivi elettronici. È caratterizzata da prurito, arrossamento degli occhi, affaticamento, offuscamento e sdoppiamento della vista, bruciore, mal di testa frequenti e si estende anche ai dolori al collo. Nonostante i sintomi della CVS, che pure si presentano da paziente a paziente con differenti livelli di intensità, tendano a sparire dopo poche ore dalla fine del lavoro, la luce blu è dannosa, comunque, anche a lungo termine. La luce blu interferisce infatti con la produzione della melatonina, quando l’esposizione avviene durante la sera. La melatonina è un ormone che regola il ritmo sonno veglia dell’organismo, e per questo utilizzare per molto tempo dispositivi elettronici prima di dormire può provocare disturbi del sonno. Inoltre, la prolungata e costante esposizione è in alcuni casi caratterizzati da emissione di lunghezze di onda non controllati, in grado di danneggiare l’epitelio pigmentato retinico. Dato che questa parte dell’occhio svolge varie funzioni, tra cui quella di eliminare materiali di scarto depositati sulla retina, un suo danneggiamento comporta l’insorgere lesione all’epitelio pigmentato della macula, che talvolta influisce sulla vista in modo irreversibile.


L’importanza di un controllo dall’oculista
In particolare per chi lavora molte ore al computer, effettuare regolari controlli da uno specialista è un ottimo modo di tenere sempre sotto controllo la salute dei propri occhi.
(Salute, Humanitas)

QUALI CONSEGUENZE SE SI FUMA MENTRE SI ASSUMONO FARMACI?

Il fumo può compromettere l’efficacia delle cure interferendo con il funzionamento o alterandone l’assorbimento


Il fumo può compromettere l’efficacia di numerose terapie farmacologiche attraverso due meccanismi principali: alterando l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo o l’eliminazione del medicinale (è quella che viene definita farmacocinetica) oppure interferendo direttamente con il suo meccanismo di funzionamento (farmacodinamica). A oggi non esiste una lista completa delle interazioni tra fumo e farmaci, ma è plausibile che il fumo eserciti il suo effetto su una vasta gamma di medicinali.

Ecco alcune interazioni note:
betabloccanti – sono farmaci impiegati per innumerevoli malattie cardiovascolari (dall’ipertensione allo scompenso cardiaco). Nei fumatori si sono dimostrati meno efficaci nel ridurre la pressione sanguigna e controllare il battito cardiaco.
corticosteroidi – usati in molte malattie polmonari. In chi fuma si osserva una minore risposta a quelli assunti per via inalatoria
contraccettivi ormonali – le donne che fumano e assumono la pillola vanno incontro a un maggior rischio di effetti avversi cardiovascolari (ictus, infarto, tromboembolia)
oppioidi – nei fumatori hanno un minor effetto analgesico
benzodiazepine – sono impiegati principalmente contro l’ansia.Il fumo riduce l’effetto sedativo e la sonnolenza
insulina – nei fumatori è stata osservata una riduzione dell’assorbimento e una minore risposta all’ormone a causa della capacità del fumo di indurre insulinoresistenza
eparina – è un anticoagulante.
Nei fumatori l’espulsione del farmaco è più rapida che nei non fumatori, in tal modo si ha una minore efficacia.
(Salute, Fondazione Veronesi)

BERE molta ACQUA e ridurre il Sale per prevenire i Calcoli

L’idratazione è fondamentale per diluire le urine e limitare la formazione dei cristalli

La dieta può aiutare a prevenire le recidive in chi soffre di calcolosi renale?
La risposta giunge da una recente pubblicazione del Nice (National Institute for Health and Clinical Excellence), organizzazione inglese che promuove le linee guida per una buona pratica clinica in medicina. I punti forti della dieta suggerita sono: ottima idratazione, moderazione nell’apporto di sale consumo di adeguate quantità di calcio. A questo si aggiunge la raccomandazione di mantenere uno stile di vita salutare anche per prevenire l’eccesso di peso.

Aggiungere il limone
Ma come si è arrivati a queste indicazioni? «Prima di rispondere — chiarisce Domenico Prezioso, professore di Urologia all’Università Federico II di Napoli — va ricordato che, come abbiamo riportato in un lavoro condotto con alcuni dei principali esperti italiani, pubblicato su Archivio Italiano di Urologia ed Andrologia, oggi possiamo, con semplici esami di laboratorio, identificare le alterazioni dei componenti delle urine che portano alla formazione dei calcoli e indirizzare i pazienti a un regime alimentare che le contrasti in modo specifico. In ogni caso, il cardine della dieta è l’ idratazione il cui livello si può valutare controllando il colore delle urine che deve essere giallo paglierino tenue. L’idratazione è fondamentale per diluire le urine e ostacolare l’aggregazione di quei componenti che possono portare alla formazione di cristalli e quindi di microcalcoli e poi di calcoli. Utile aggiungere all’acqua del succo di limone perché i citrati inibiscono la precipitazione di cristalli nelle urine».


Occhio al sale
Perché è importante ridurre il sale? «Una moderata restrizione salina aiuta a ridurre l’escrezione di calcio nell’urina e di conseguenza la formazione di calcoli contenenti calcio, la maggioranza»


Non si dovrebbe ridurre anche il calcio?
«Contrariamente a quanto si pensava può rivelarsi controproducente. La ragione sta negli ossalati, composti che, una volta escreti con le urine, si possono legare al calcio, formando cristalli e quindi calcoli. Ma il calcio assunto con la dieta nelle quantità suggerite dallo specialista può legarsi agli ossalati a livello intestinale riducendone l’assorbimento e quindi la quantità nelle urine. Fra gli alimenti più ricchi di ossalati ci sono spinaci, bietole, frutta secca oleosa, cacao, derivati della soia».


E se i calcoli sono costituiti da acido urico?
«Questa calcolosi colpisce per lo più gli anziani per motivi metabolici di iperproduzione di acido urico; in questi casi, limitare le carni, specie rosse e, se necessario, dimagrire»
(Salute, Corriere)

PESCE CRUDO: BENEFICI E RISCHI

Il consumo di pesce crudo è sempre più diffuso in Italia e nel mondo.

Dai carpacci alle tartare, dal sushi a molluschi e crostacei, una grande varietà di specie è consumata direttamente dopo essere stata prelevata in ambiente marino. Il pesce crudo ha molte varianti nella cucina tradizionale del nostro paese e in quelle d’importazione, sempre più presenti sulle nostre tavole. Per valutarne rischi e benefici abbiamo parlato con la dottoressa Francesca Albani, dietista di Humanitas San Pio X.

I benefici del pesce crudo
Il pesce contiene omega-3, un acido grasso essenziale utile per l’organismo. Il vantaggio di assumere acidi grassi essenziali risiede nel fatto che l’organismo non è in grado di produrli autonomamente. Gli acidi grassi essenziali hanno numerose proprietà benefiche: sono in grado di agire positivamente per contrastare la depressione, proteggono dalla degenerazione del sistema nervoso, hanno il compito di bilanciare la pressione sanguigna, il colesterolo e l’iperglicemia, proteggono l’organismo da patologie quali l’arteriosclerosi, la trombosi e l’embolia, sono coinvolti nel processo di costituzione delle membrane cellulari e gestiscono il fenomeno dell’infiammazione cellulare. Il pesce crudo, rispetto a quello cotto, contiene una maggior quantità di omega-3, poiché questo acido grasso essenziale si distrugge facilmente se esposto alle alte temperature della cottura. Inoltre è necessario anche selezionare la qualità del pesce e il metodo di cottura per poter ottenere i massimi benefici nutrizionali. Non cuocere il pesce aiuta, inoltre, a mantenere integre molte vitamine che in esso sono contenute: vitamine B1, B2 e B5. Queste ultime sono necessarie per la buona salute dell’apparato digerente, di quello circolatorio e di quello nervoso. Come per il pesce cotto, infine, il pesce crudo garantisce un ottimo apporto di oligoelementi quali ferro, fosforo, sodio e iodio.

I rischi
Il consumo di pesce crudo è collegato al rischio di sviluppare numerose patologie che rappresentano un pericolo per la salute. La cottura ad alta temperatura, infatti, è in grado di uccidere batteri e virus, protozoi, larve e amebe che possono contribuire a provocare infezioni da microorganismi e il fenomeno della parassitosi. La parassitosi, in particolare, riguarda l’installazione di parassiti all’interno dell’organismo umano ed è causa di sintomi gastrointestinali anche gravi. Il tipo di parassitosi più diffusa tra quelle dovute al consumo di pesce crudo è la parassitosi intestinale da Anisakis. L’anisakis è un parassita che vive nelle viscere del pesce. Quando il pesce muore e i suoi tessuti deperiscono, questo organismo migra nella carne, che è quella che poi mangiamo. Dalla carne il parassita si installa nell’intestino dell’uomo e genera un’infezione. Questa infezione provoca in chi la contrae forti dolori addominali, vomito e nausea, e può arrivare a ostruire l’intestino tenue.
Per prevenire l’insorgere di questa e degli altri tipi di parassitosi, è necessario l’abbattimento del pesce che si vuole consumare crudo per un tempo minimo di ventiquattro ore a una temperatura di almeno -20° centigradi. Questo processo è, infatti, in grado di uccidere le larve e rendere l’alimento sicuro. Un’altra serie di problematiche è legata, invece, al consumo di molluschi. I molluschi bivalvi, infatti, si alimentano filtrando l’acqua nella quale sono immersi. Questo comporta il trattenimento, al loro interno, di organismi e microorganismi patogeni. Mangiarli può dunque contribuire allo sviluppo di infezioni anche mortali, quali l’epatite virale, la salmonella, il colera e alcune tossinfezioni. Ovviamente questo discorso non vale per i molluschi prodotti seguendo le normative vigenti, in allevamenti specifici e controllati, che possiamo assumere in sicurezza. Evitiamo invece quelle situazioni in cui non si conosce la provenienza del prodotto. Un consiglio: Se consumato a casa il pesce deve essere preventivamente congelato per almeno 96 ore a una temperatura di -18° C, nel congelatore di casa.
(Salute, Humanitas)