Archivio mensile Giugno 2020

PRURITO: QUALI RIMEDI?

«Il prurito è uno dei sintomi più misteriosi della dermatologia. Quando si presenta un paziente con prurito, il dermatologo deve essere in grado di scandagliare tutte le opzioni possibili, al fine di individuarne la causa scatenante e cercarne i rimedi più adatti»

spiega Marcello Monti, responsabile della Dermatologia in Humanitas e docente all’Università degli Studi di Milano. Diverse possono infatti essere le cause che ne sono alla base: «Si va dal vissuto del paziente (stress, ansia), a questioni alimentari (allergie o intolleranze), alla presenza di malattie dermatologiche (dermatiti, eczemi), alla reazione a farmaci intollerati per il trattamento di malattie come ittero, leucemie, linfomi».

Quali sono i rimedi per il prurito?
«Se sospettiamo che all’origine possa esserci una determinata condizione patologica è bene indirizzare il paziente affinché svolga indagini per approfondire la questione e individuare la patologia scatenante il prurito. Se, invece, ci rendiamo conto che all’origine non c’è una patologia specifica, dobbiamo fare il possibile per alleviare il disagio del paziente».

Prurito, evitare le creme a base di cortisone
Diversi sono i trattamenti topici a disposizione. «Tanto per iniziare, è fortemente consigliabile evitare il lavaggio frequente con acqua e saponi di ogni tipo nell’area cutanea soggetta a prurito. Meglio invece utilizzare per lavarsi la soluzione di permanganato di potassio, dalle proprietà astringenti e antipruriginose». Importante è poi applicare creme lenitive per la cute, a base di ossido di zinco e magnesio silicato: «Queste creme hanno duplice azione: lenitiva perché risultano astringenti e antipruriginose, e anti-frizione perché sono in grado di diminuire l’attrito dovuto all’atto del grattamento, che così diventa meno dannoso». Meglio non usare creme a base di cortisone, che può comportare altri problemi (alla pelle e non solo): «Sono suggeriti invece gli antinfiammatori naturali come l’ittiolo solfonato, sostanza che si usa da secoli in dermatologia perché lenitiva e antinfiammatoria o come il catrame minerale che, oltre ad avere una potente azione antinfiammatoria e antipruriginosa, è anche in grado di ridurre al minimo l’ispessimento cui la pelle va incontro quando soggetta a eccessivo grattamento». Se il prurito è stato causato da eventi come punture di insetto o meduse allora si utilizza il cloruro d’alluminio in gel. Un consiglio che vale per tutti? Esporsi al sole: «Possiamo dire, in generale – che una buona azione antipruriginosa viene dal sole, che con i suoi raggi ultravioletti svolge una funzione antinfiammatoria che comporta una diminuzione del prurito».
(Salute, Humanitas)

QUALI CIBI FANNO BRUCIARE PIÙ CALORIE DI QUANTE NE CONTENGONO?

Ogni volta che mangiamo qualcosa, introduciamo nel nostro organismo un certo numero di calorie, che si trasformano in energia subito disponibile.

Non solo, lo stesso atto del mangiare ce ne fa già bruciare alcune: pensiamo alla masticazione o alla digestione, azioni che richiedono un dispendio di energia e una produzione di calore da parte del nostro organismo. Questo meccanismo, detto termogenesi, varia da alimento ad alimento: in base al calore prodotto si consumeranno più o meno calorie. Vediamo insieme quali alimenti sono particolarmente termogenici e fanno quindi consumare più calorie di quelle che, effettivamente, hanno

CAVOLFIORI E ASPARAGI
I cavolfiori sono un toccasana per la nostra dieta e forniscono all’organismo meno energia di quella che serve alla loro assimilazione: siamo sulle 25 calorie ogni 100 grammi. Sono inoltre molto utili nel tenere sotto controllo la glicemia, danno un senso di sazietà e, grazie all’alto quantitativo di fibre, concorrono alla salute dell’intestino. Gli asparagi, invece, sono costituiti per la maggior parte d’acqua e contengono circa 20 calorie ogni 100 grammi. Stimolano la diuresi, forniscono fibre che promuovono il buon funzionamento dell’intestino e aiutano a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo e di zuccheri nel sangue. Sono altresì privi di colesterolo e molto poveri di sodio, caratteristiche che li rendono un alleato prezioso contro la ritenzione idrica.

ZUCCHINE, CETRIOLI E SEDANO
Queste verdure hanno in comune un apporto calorico bassissimo: le zucchine contengono circa 21 calorie ogni 100 grammi, il sedano 16 e i cetrioli addirittura 15. Questo perché hanno un elevato contenuto d’acqua e sono particolarmente adatti nelle diete ipocaloriche. Le zucchine hanno poi proprietà diuretiche, il sedano aiuta a sentirsi sazi più velocemente e i cetrioli, ricchi di potassio, ferro e calcio, sono adatti a riequilibrare acqua e sali minerali persi durante l’attività fisica.

Frutta: fragole, mele, agrumi, papaya Limoni, arance, mandarini
Gli agrumi sono ricchissimi d’acqua e contengono un numero di calorie davvero esiguo. Ogni 100 grammi, i limoni ne contengono circa 29, mentre le arance 45. Grazie al potassio aiutano a contrastare la ritenzione idrica e aumentano la sensazione di sazietà. Le fragole apportano appena 27 calorie: oltre al modesto contenuto di fibre, contengono antiossidanti in grado di controllare il livello degli zuccheri del sangue e a prevenire alcune patologie, come il diabete. Leggermente più calorica è la papaya: siamo intorno alle 43 calorie ogni 100 grammi. È un’ottima fonte di antiossidanti che aiutano a proteggere la salute cardiovascolare e a ridurre il rischio di cancro del colon. Le mele contengono circa 52 calorie per 100 grammi. Il limitato apporto di grassi e sodio le rende ideali per la salute del sistema cardiovascolare; la pectina contenuta nella buccia aiuta a ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e a normalizzare quelli di zuccheri e di insulina.

Proteine animali: carne, pesce, uova
Anche tra le proteine animali ci sono alcuni alimenti particolarmente termogenici: i crostacei, i frutti di mare, le carni bianche e le uova, ad es., comportano un elevato dispendio energetico, se confrontato con le calorie che si assumono mangiandoli. Si tratta di cibi che andrebbero consumati in quantità controllata, in quanto le proteine animali possono affaticare i reni. Per quanto riguarda il pesce, segnaliamo il pesce azzurrosardine, acciughe, sgombro – particolarmente ricco di omega 3, ma anche il salmone: sono pesci altamente proteici e ricchi di grassi “buoni”, che possono essere mangiati anche due o tre volte alla settimana.
(Salute, Humanitas)

DIETA: quali sono le esigenze di una PERSONA ANZIANA?

Il calo del fabbisogno energetico comporta una rivisitazione della dieta nella terza età.

Al progredire dell’età, l’attività fisica diminuisce e quindi diminuisce il fabbisogno energetico. In più, intorno ai 75 anni, si riduce la massa magra e con essa si riduce anche il metabolismo basale. Di conseguenza, se non si adegua l’apporto calorico alla nuova realtà, si rischia di ingrassare. A parte che per la quantità di calorie totali, l’alimentazione di una persona anziana non è però diversa da quella di un soggetto più giovane. Le cose cambiano soltanto se si è in presenza di alcune condizioni: come il diabete, una dislipidemia, l’iperuricemia e se si è obesi. Se è presente una di queste condizioni, allora sì: la dieta va opportunamente calibrata. L’unica vera differenza è che nell’età avanzata aumenta un po’ il fabbisogno di proteine. Alcuni nutrienti di cui spesso la persona anziana è carente sono calcio e ferro, sono quindi consigliati alimenti proteici come latte, formaggi, uova, pesce e carne (preferenzialmente carne magra e pollame). Gli alimenti di origine animale contengono la vitamina B12 (cobalamina), di cui gli anziani possono essere carenti per via di disordini al sistema gastrointestinale che causano il malassorbimento di alcune sostanze. Altra vitamina che manca frequentemente agli anziani, per via della scarsa esposizione ai raggi solari, è la vitamina D. Per quest’ultima, soltanto dopo averne accertato l’effettiva carenza, spesso i geriatri optano per una supplementazione. Va limitato il consumo di zuccheri raffinati, grassi, formaggi stagionati e salumi. Per facilitare la digestione, è meglio distribuire la dieta nell’arco della giornata, facendo piccoli pasti. La scelta e la preparazione dei cibi deve tenere conto di eventuali problemi a masticare o deglutire. Consumare ogni giorno frutta e verdura, oltre a fornire importanti nutrienti e fibra alimentare, aiuta ad assumere una sufficiente quantità di acqua.
(Fondaz. Veronesi)

SMETTERE DI FUMARE: qual è il momento più adatto?

Smettere di fumare è una delle scelte più importanti da intraprendere, ma anche una delle più difficili.

Se, da un lato, sarebbe meglio smettere il prima possibile, d’altra parte ci possono essere circostanze nelle quali potrebbe essere molto più complicato. Quando, quindi, è meglio provare a smettere? Ne parliamo con la dottoressa Licia Siracusano, coordinatrice del Centro Antifumo di Humanitas.

Lo stress può rendere più complicato smettere
In periodi di particolare stress smettere di fumare può essere davvero difficile, anche per le forze di volontà più ferree. Questo non deve essere un alibi per non provarci, perciò si potrebbe iniziare con il diminuire il numero di sigarette fumate e programmare il tentativo di cessazione definitiva in un secondo momento, quando i motivi di stress si sono attenuati, indipendentemente dal fatto che questi siano di natura personale, familiare, lavorativa o scolastica. Alcuni fumatori sono riusciti ad affrontare questo cambiamento contestualmente a un altro mutamento importante: cambiare casa, partner o lavoro può costringere a modificare significativamente le proprie abitudini. Oppure, a seconda delle proprie inclinazioni, potrebbe essere più semplice trovare la motivazione in un periodo di routine, durante il quale c’è tutto il tempo per lavorare sul proprio comportamento.

Capire da dove deriva la dipendenza
Sono parecchi i fumatori che utilizzano la sigaretta per scaricare la tensione, per rifugiarsi nella riflessione, per esorcizzare la loro compulsività o per altri scopi che hanno a che vedere con un disagio psicologico. È impensabile credere di poter smettere di fumare senza che si tratti il problema che sta alla base della dipendenza. Se una persona prova a smettere di fumare ma non ci riesce, e si accorge che dopo 4 giorni di astinenza la voglia di ricominciare è più forte del bisogno di smettere di fumare, il consiglio è quello di rivolgersi a un centro specializzato, che possa proporre un percorso su misura, con eventualmente l’ausilio di uno psicologo.

Come aiutare chi vuole smettere di fumare?
Il supporto e l’aiuto delle persone che sono vicine a un fumatore sono molto importanti nel momento in cui decida di smettere di fumare. Una volta che questi trova le motivazioni per tentare di smettere, ci sono una serie di accorgimenti che possono essere utili in molti casi. Ascoltare il fumatore: essere disponibili a parlare del problema è molto importante per chi sta per intraprendere un percorso simile. Il fumatore affronterà un cambiamento nello stile di vita e nelle abitudini che non sarà privo di stress, e avrà bisogno di comprensione e supporto. Non mettere in dubbio le sue capacità di smettere: ugualmente importante è evitare di rimproverare il fumatore in caso di ricadute, meglio incoraggiarlo e stimolarlo. Tra l’altro, chi cerca di smettere di fumare è probabilmente più irritabile e scontroso del solito, e ci vorrà un po’ di pazienza. A livello pratico, bisognerebbe cercare di rimuovere tutti quegli oggetti che potrebbero portare l’ex fumatore al pensiero del fumo: via posaceneri, accendini e se si è fumatori, farsi vedere mentre si fuma è assolutamente da evitare. Per tenere una persona lontana dalla tentazione della sigaretta, qualche piccola distrazione come una passeggiata o un’attività piacevole possono rivelarsi mezzi efficaci: fare sport, ad esempio, stimola il rilascio di endorfine e aiuta a diminuire il desiderio di fumare.
(Salute, Humanitas)

MAL DI STOMACO, MANGIARE BENE AIUTA

Le malattie gastroenterologiche, pur essendo tra le patologie più diffuse nel nostro Paese, sono spesso sottovalutate e peggiorate da un’alimentazione poco attenta.

Che ruolo ha l’alimentazione nella prevenzione gastroenterologica? «Una dieta sana ed equilibrata è importante per il corretto funzionamento dell’organismo e per la salute del nostro corpo. Nel caso delle più comuni patologie a carico dell’apparato digerente, come il reflusso gastroesofageo, la stipsi e la gastrite, l’alimentazione è fondamentale per non peggiorare la situazione. In altri casi però, come nell’ulcera peptica, la causa è da ricercare nell’infezione da Helicobacter Pylori e non ha correlazione con l’alimentazione».

Quali consigli per chi soffre di queste patologie?
«Le persone colpite da stipsi, reflusso o gastrite dovrebbero assicurarsi una dieta ricca di fibre (frutta e verdura), dovrebbero evitare di consumare cibi troppo grassi o raffinati, moderare il sale, le bibite e i prodotti zuccherati. È importante bere molta acqua: una corretta idratazione aiuta il funzionamento dell’apparato digerente. Occorre poi prestare attenzione ai cosiddetti cibi irritanti, che peggiorano la situazione: cioccolato, caffè, pomodori, agrumi, fritti, vino».

Ci sono attenzioni particolari che è bene adottare?
«Chi soffre di patologie gastroenterologiche dovrebbe evitare di fumare: l’associazione molto diffusa del fumo con il caffè è dannosa. È inoltre opportuno lasciar trascorrere due-tre ore tra la fine della cena e il momento in cui si va a dormire, in maniera tale da consentire un’adeguata digestione. Chi è soggetto a sensazione di pesantezza postprandiale dovrebbe fare piccoli pasti più frazionati nell’arco della giornata e assicurarsi una cena leggera. In generale, sarebbe bene preferire alimenti più leggeri a cena, anche se il nostro stile di vita ci porta a mangiare qualcosa al volo a pranzo e a consumare una cena abbondante e particolarmente elaborata: questo appesantisce l’apparato digerente con comparsa di bruciori fastidiosi durante la notte che possono essere spesso una causa di insonnia. Anche lo stress è un fattore peggiorativo, in alcuni casi addirittura scatenante».
(Salute, Humanitas)

L’ARIA CONDIZIONATA FA MALE alla SALUTE?

Quando il caldo comincia a farsi sentire, l’aria condizionata fa la sua comparsa.

Che sia nei mezzi pubblici, in ufficio o nel proprio appartamento, il suo utilizzo può dare un po’ di sollievo dalla calura estiva. Alcune persone, però, la considerano la causa di malesseri scheletrico-muscolari, come il famoso “colpo della strega”: viene da domandarsi, quindi, se effettivamente l’aria condizionata faccia male alla salute.

L’aria condizionata non è un pericolo di per sé, l’aria condizionata non rappresenta un pericolo per la nostra salute. È importante metterlo in chiaro, anche se questo non significa che stare a contatto diretto col bocchettone dell’aria condizionata sia una scelta per così dire “salutare”. Quando fa particolarmente caldo l’aria condizionata può essere un alleato contro le ondate di calore, molto pericolose per gli individui più fragili, come i bambini o gli anziani, o ancora per gli adulti con problemi cardio-respiratori. Ovviamente, l’impianto deve essere correttamente funzionante, così come le sue componenti devono essere in ottime condizioni: questo perché, in caso contrario, il condizionatore può trasformarsi in un’oasi batteriologica dovuta all’umidità. Un impianto funzionante, tra le altre cose, può ridurre la penetrazione di inquinanti esterni all’interno dell’abitazione o dell’ufficio, e i filtri presenti possono ridurre la presenza di polveri, pulviscolo atmosferico, microbi trasportati dall’aria, con buoni riscontri in caso di asma o allergia. C’è poi chi imputa il mal di schiena e il cosiddetto “colpo della strega” all’aria condizionata, o meglio, all’abbassamento delle temperature che essa produce. Anche qui, finora non ci sono stati studi a dimostrare che i malesseri muscolari siano collegati all’abbassamento delle temperature. Certo è, infine, che l’aria condizionata non faccia bene al nostro pianeta. Infatti aumenta le emissioni di inquinanti atmosferici, peggiorando la qualità dell’aria e consumando troppa energia.
(Salute, Humanitas)

DOCCIA TUTTI I GIORNI? GLI ERRORI DA EVITARE E LE ISTRUZIONI PER L’USO

Anche un rito apparentemente così banale può nascondere delle insidie. Ma coi consigli del dermatologo è possibile lavarsi nel modo giusto senza rischiare di danneggiare pelle e capelli.

Frequenza e durata
I dermatologi concordano: non ci sono controindicazioni per la doccia quotidiana e questo vale non solo per gli adulti ma anche per i bambini. «La cosa importante è evitare i lavaggi prolungati – raccomanda la dottoressa Cristiana Colonna, Responsabile dell’Ambulatorio di Dermatite atopica del reparto di Dermatologia Pediatrica del Policlinico di Milano – perché più la nostra pelle sta in acqua e maggiore è la perdita di acqua dal corpo verso l’esterno. Di conseguenza, ridurre il tempo di contatto a 5/10 minuti, evita l’effetto secchezza e questa regola è fondamentale soprattutto se si ha la pelle “atopica”, ovvero predisposta alla “dermatite atopica“: in questo caso, a maggior ragione, le docce possono essere sì quotidiane, ma obbligatoriamente rapide, mentre sono da evitare bagni ogni 5/7 giorni ma di 15 minuti». E per chi soffre di eczema un altro consiglio arriva dal dottor Derek V Chan, specializzato in dermatologia medica e cosmetica a New York, che suggerisce «di idratare la pelle entro cinque minuti da che si è usciti dalla doccia, così da aiutarla a trattenere l’umidità».

Temperatura dell’acqua
Una doccia bollente può sembrare rigenerante, in realtà sarebbe meglio una doccia semplicemente calda, dove la temperatura dell’acqua resti al di sotto dei 43°. «Questo perché l’acqua molto calda, ovvero superiore ai 49°, non solo riduce l’umidità della pelle, privandola così dei suoi lubrificanti naturali, ma rischia anche di provocare ustioni di terzo grado». E prudenza con le temperature anche per quanti soffrono di eczema o hanno comunque la pelle sensibile, «perché l’acqua bollente rischia di peggiorare la situazione, scatenando irritazioni e prurito».

Il detergente giusto
La scelta fra sapone e doccia-schiuma è del tutto personale, «a patto che non si abbia la pelle sensibile – perché in questo caso è bene prediligere prodotti detergenti poco o nulla schiumogeni, che sono più delicati per la pelle, mentre chi soffre di dermatite atopica deve optare per detergenti non aggressivi e assolutamente privi di profumo».

Come lavare i capelli
Come regola generale, di solito si massaggia lo shampoo sulla cute e lo si lascia agire per due o tre minuti (che possono diventare da tre a cinque nel caso di uno shampoo medicato, ad esempio un prodotto specifico per la forfora). «Un errore che vedo assai di frequente nei miei pazienti è che molti tendono a massaggiare lo shampoo sui capelli, dimenticandosi però del cuoio capelluto, ma a maggior ragione per uno shampoo medicato, il contatto con la cute è fondamentale per poter agire al meglio».

Esfoliare sì o no?
Premesso che la pelle si esfolia naturalmente come parte del suo processo di mantenimento, in particolari condizioni può però servire un aiuto esfoliante extra. «Per coloro che hanno una pelle iper seborroica, ovvero grassa, o soffrono di acne, l’utilizzo di un detergente scrub a formulazione delicata, da usare una o più volte alla settimana, può risultare molto utile per rimuovere il sebo in eccesso». Meglio invece fare attenzione ai peeling chimici che vengono talvolta prescritti dagli specialisti in caso di acne «perché un’esfoliazione troppo aggressiva può privare la pelle della sua umidità naturale e degli agenti protettivi, lasciandola così più secca e facilmente segnata, nonché maggiormente predisposta ad eczema e infezioni», spiega il dottor Chan. 
(Salute, Corriere)