Archivio mensile Settembre 2020

PER LA SALUTE DELLA PROSTATA UNO STILE DI VITA DAVVERO SANO FA LA DIFFERENZA

Per il cibo non esistono divieti assoluti. La parola-chiave è «buon senso», che invita a seguire una dieta variegata, ricca in frutta, verdura, pesce e povera di grassi

Alimentazione, attività fisica, stili di vita.
La salute maschile passa anche da qui. E poiché l’ingrossamento della ghiandola prostatica è un fatto naturale e inevitabile, sarebbe bene che tutti gli uomini seguissero pochi semplici regole che possono aiutarli almeno a ritardare e arginare la comparsa di problemi.

Idratazione adeguata ma poco alcol
«Fare regolarmente movimento e una manciata di buone abitudini quotidiane contribuiscono a migliorare i disturbi minzionali —: è importante un’adeguata idratazione (due litri di acqua al giorno), così come evitare superalcolici e pranzi troppo abbondanti. Vino e birra sono ammessi con moderazione, così come gli aperitivi: gli eccessi, specie quelli con le bevande alcoliche, fanno sempre male. Ma se non si beve a sufficienza, aumenta la concentrazione delle urine che crea un habitat ideale per le infezioni batteriche.
Un modo molto semplice per regolarsi è guardare il colore delle proprie urine:
– se sono giallo intenso o arancioni è segno che sono troppo concentrate e bisogna bere di più;
– se giallo paglierino o tendenti al bianco, invece, nessun problema, significa che stiamo assumendo la giusta dose di liquidi

A tavola
È meglio non esagerare nel consumo di tutto ciò che interferisce con gli equilibri ormonali e altera la diuresi. «Spezie piccanti (pepe, caffè, crostacei e alcolici sono considerati “afrodisiaci”, ma in realtà infiammano la ghiandola prostatica creando un artificiale impulso al coito —. Non fanno quindi bene, specie a chi già soffre di frequenti irritazioni nell’area. E a proposito d’infiammazione bisogna ricordare che intestino e prostata, per via della loro vicinanza anatomica, sono in grado d’influenzarsi reciprocamente in negativo quando uno dei due è “disturbato”. Stipsi cronica e diarrea possono infastidire la ghiandola, aggravando disturbi minzionali dovuti a prostatite e ipertrofia: conquistare una buona puntualità del proprio intestino è quindi una strategia assai utile.

Sbalzi di temperatura
Attenzione, poi, agli improvvisi passaggi caldo-freddo o viceversa. Per chi ha una forma ostruttiva di ipertrofia è utile schivare gli sbalzi di temperatura: soprattutto il raffreddamento improvviso dovuto all’aria condizionata può aggravare la situazione e provocare una ritenzione acuta d’urina con la necessità di ricorrere al catetere per disostruire l’area.

Fumo
Altro aspetto determinante e poco noto ai diretti interessati sono i problemi provocati dal tabacco nell’area genitale: il fumo può causare disfunzione erettile e impotenza nei maschi. «I danni ai vasi sanguigni causati dal fumo si ripercuotono anche sulla salute sulla capacità di erezione del pene, che è un organo molto vascolarizzato e che dipende per la sua funzionalità proprio da un corretto afflusso di sangue —: quando questo è ridotto, o la pressione è insufficiente, possono presentarsi problemi di disfunzione erettile. Nell’uomo, poi, il fumo riduce la qualità del liquido seminale compromettendo la motilità degli spermatozoi e riducendo la loro capacità di fecondare l’ovocita femminile».

Attività sportiva
Veniamo al capitolo sport: «Praticare attività fisica regolarmente, anche solo una camminata di 30 minuti al giorno, è un toccasana. Gli sport con prevalente movimento delle gambe (come corsa e nuoto) hanno effetto decongestionante. Solo, per chi soffre di prostatite, meglio limitare la bici, che favorisce microtraumi perineali che possono accentuare l’infiammazione prostatica. Che gli uomini con ipertrofia, con difficoltà anche notevoli a urinare, non possano pedalare è una leggenda metropolitana. Solo è meglio usare la sella con il buco centrale e pantaloncini ad hoc (pelle di daino e protezione perineo) per chi fa attività prolungata, mentre in città va benissimo quella imbottita. Anche moto, equitazione e canottaggio sollecitano molto il pavimento pelvico e possono infiammare la prostata, per cui è consigliabile l’uso di equipaggiamenti specifici».

Attività sessuale
Non c’è alcuna controindicazione anche all’attività sessuale che non solo non è nociva, ma se praticata con regolarità e senza eccessi (quali coiti interrotti, ripetuti in breve tempo o eiaculazione volutamente ritardata a lungo) ha effetti benefici. L’astinenza prolungata, infatti, provoca il ristagno delle secrezioni nella ghiandola prostatica favorendone la congestione e quindi possibili infezioni e infiammazioni.
(Salute, Corriere)

“ANEMIA, CARNE ROSSA È L’UNICA VERA FONTE DI FERRO”, VERO O FALSO?

In caso di anemia e carenza di ferro molti credono che mangiare più carne rossa sia l’unica vera fonte per ripristinare i valori del ferro. Vero o falso?

FALSO Anche se la carne rossa è certamente una valida fonte di ferro in caso di anemia, la carne rossa però non è l’unica vera risorsa di ferro, un minerale indispensabile per la sintesi dell’emoglobina, proteina che trasporta l’ossigeno alle cellule. In caso di anemia spesso i medici consigliano di mangiare più carne rossa, fino a 2-3 volte a settimana, ma sono moltissimi gli alimenti vegetali che sono una valida fonte di ferro per l’organismo. Non a caso anche chi non mangia carne rossa, come i vegetariani, raramente soffre di carenza di ferro se segue un’alimentazione corretta, mentre è più frequente che presenti carenze di vitamina B12, una vitamina presente solo negli alimenti di origine animale – spiega l’esperta. – Poiché il ferro viene introdotto con l’alimentazione, o con integratori, quando i livelli di ferro scendono e si sviluppa anemia, una condizione che provoca sensazione di stanchezza, fiato corto, pallore e talvolta anche irritabilità, per alzare i livelli di ferro nel sangue è possibile ricorrere anche ad alimenti vegetali come legumi, in particolare fagioli bianchi, soia, ceci e lenticchie, semi di zucca, cacao amaro e cioccolato fondente oltre il 70%, germe di grano e semi di sesamo. Si tratta di alimenti che possono essere utilizzati da soli o abbinati ad altri piatti, meglio se accompagnati da una fonte di vitamina C come succo di limone, una spremuta d’arancia o di pompelmo, per es., che favoriscono l’assorbimento del ferro. Da evitare tè e caffè, una dieta troppo ricca di fibre dai cereali e crusca, e un eccessivo consumo di latticini perché inibiscono l’assorbimento del ferro.”
(Salute, Humanitas)

CORONAVIRUS, È DEFINITIVO: LE CURE PER L’IPERTENSIONE NON VANNO INTERROTTE

Un nuovo importante studio condotto in Brasile dimostra che i farmaci antipertensivi non favoriscono la diffusione di Sars-CoV-2 nell’organismo del paziente

Il messaggio è chiaro e, si può dire, praticamente definitivo: le persone che seguono una terapia antipertensiva non devono interromperla anche se si ammalano di Covid-19. Lo dimostra un importante studio appena presentato all’Esc, il Congresso della Società Europea di Cardiologia, quest’anno una “digital experience”, come l’hanno definito gli organizzatori. Cioè tutto virtuale.

Ace-inibitori e sartani
C’era stato un allarme, nei primi mesi di epidemia, per le persone in trattamento con antipertensivi (e in particolare con gli Ace-inibitori e/o con antagonisti del recettore dell’angiotensina II, i cosiddetti sartani). Quali erano i presupposti di questo allarme? Il primo: si era osservato, negli animali da esperimento, che il nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) utilizza i recettori Ace2 per infettare le cellule. E questi Ace2 risultano aumentati nelle persone che fanno uso di Ace-inibitori e sartani. Quindi si era avanzata l’ipotesi che questi farmaci potessero favorire la diffusione del virus. Secondo punto: alcuni clinici cinesi, all’inizio dell’epidemia a Wuhan, avevano suggerito che l’ipertensione arteriosa poteva rappresentare un fattore di rischio indipendente capace di aumentare la mortalità nei pazienti affetti da Covid.

Studio Brace Corona
Già mesi fa le principali associazioni scientifiche si erano attivate per smentire queste ipotesi. E per suggerire ai pazienti di non interrompere le cure. Ma adesso arriva l’imprimatur di una importantissima società scientifica, l’European Society of Cardiology, e le conferme di uno studio chiamato “Brace Corona” che ha coinvolto 659 pazienti in diversi centri in Brasile, tutti in terapia antipertensiva con Ace-inibitori e/o sartani. Ecco qualche dettaglio. Tutti i pazienti erano stati ricoverati per Covid: una metà aveva sospeso il trattamento antipertensivo, l’altra metà no. I risultati li commenta il coordinatore dello studio, Renato Lops, della Duke Clinic Research Institute in Durham, Stati Uniti: «Nei pazienti con Covid-19, ricoverati in ospedale, la sospensione della terapia antipertensiva con Aceinibitori e sartani, per un mese, non ha avuto alcuna influenza sulla sopravvivenza nei confronti della malattia».

Pratica clinica
Aggiunge un suo commento Silvia Priori, presidente della Commissione che ha messo a punto il programma del Congresso Esc (Chair of the Esc Congress Programme Commettee): «Lo studio “Brace Corona” ha dimostrato che la terapia antipertensiva non va interrotta nei pazienti con Covid. Si tratta di uno studio che ha un impatto sulla pratica clinica».
(Salute, Corriere)

Vaccino di AstraZeneca: a che cosa è dovuto lo STOP

Sospesi temporaneamente i trial del vaccino di AstraZeneca dopo una sospetta, seria reazione avversa di uno dei volontari: è UNA PROCEDURA DI ROUTINE.

La notizia è stata ripresa con molto clamore: l’azienda svedese-britannica AstraZeneca, che insieme all’Università di Oxford sta conducendo una delle sperimentazioni più promettenti su un candidato vaccino anti covid, ha deciso di mettere temporaneamente in pausa il suo trial di Fase 3 in seguito a una grave malattia contratta da uno dei partecipanti, una “sospetta reazione avversa“. Lo stop è una procedura di routine, una cautela necessaria per compiere una revisione dei dati sulla sicurezza del vaccino e capire se la patologia del volontario sia legata o meno alla sua somministrazione.

CHE TIPO DI MALATTIA?
La natura esatta della condizione non è stata immediatamente riferita, anche se fonti anonime legate alla sperimentazione dicono che il soggetto interessato è uno dei volontari arruolati nel Regno Unito, e che sembra avviato verso la guarigione. Secondo un’indiscrezione citata dal New York Times, un partecipante al trial nello UK avrebbe ricevuto una diagnosi di mielite trasversa, una sindrome infiammatoria che coinvolge il midollo spinale e che è spesso provocata da infezioni virali. Ma i tempi della diagnosi non sono chiari, e non è noto se vi sia un collegamento con il candidato vaccino.

UN ATTO DOVUTO
Anche se ai non addetti ai lavori la notizia può sembrare allarmante, eventi di questo tipo sono tutt’altro che rari. Si tratta di una procedura standard attivata ogni volta che uno delle decine di migliaia di volontari – 50.000, in questo caso – coinvolti nelle sperimentazioni viene ricoverato in ospedale per una malattia dalle cause non immediatamente evidenti». Per tutelare la sicurezza del gran numero di volontari studiati e dei futuri destinatari dei vaccini, nessun ipotetico collegamento tra la salute dei soggetti e la somministrazione del vaccino può essere lasciato al caso. Sempre secondo la BBC, da quando sono cominciati i trial ad aprile è la seconda volta che il vaccino di AstraZeneca subisce uno stop. Chi si ricorda della prima?

AUTODENUNCIA
In un comunicato sulla vicenda, AstraZeneca ha precisato di aver messo in pausa il trial «volontariamente, per permettere la revisione dei dati sulla sicurezza da parte di un comitato indipendente. Si tratta di una procedura di routine che deve essere messa in atto quando si verifica una malattia potenzialmente inspiegabile in uno dei trial, mentre se ne indaga la natura, per assicurarsi di mantenere l’integrità delle sperimentazioni». L’azienda ha fatto sapere che farà il possibile per minimizzare ogni potenziale impatto di questo evento sui tempi della sperimentazione.

EFFETTI A CATENA?
Secondo un’altra fonte la scoperta potrebbe avere conseguenze su altri trial farmacologici della compagnia e sui trial clinici condotti da altre aziende produttrici di candidati vaccini. Attualmente sono 9 i vaccini sperimentali contro la CoViD-19 arrivati alla Fase 3 della sperimentazione.

VETTORE NON REPLICANTE
Il vaccino di Oxford e AstraZeneca, l’AZD1222, è stato ottenuto da un adenovirus che causa un comune raffreddore negli scimpanzé: il patogeno è stato geneticamente modificato in modo da non causare infezioni nell’uomo e da veicolare le istruzioni genetiche della proteina spike del coronavirus SARS-CoV-2. Introdotto nell’organismo, sollecita una risposta immunitaria contro lo stesso tipo di attacco del virus che provoca la covid. I trial di fase 1 e 2 avevano escluso effetti collaterali evidenti e significativi nell’uomo, ed evidenziato un’importante attivazione immunitaria.
(Salute, Focus)

Dolore al PETTO, ci pensa l’Orologio a fare l’Ecg

Lo smartwatch è in grado di fare un elettrocardiogramma a nove derivazioni in grado di poter diagnosticare in fretta un infarto. Lo studio italiano su Jama Cardiology.

Lo smartwatch è sempre più utile per chi soffre di patologie cardiovascolari. Non solo, infatti, può diagnosticare aritmie, ovvero alterazioni del ritmo cardiaco, ma permette anche di fare un elettrocardiogramma a nove derivazioni anche per la diagnosi precoce di infarto mettendolo sul petto del paziente, con una sensibilità che arriva al 94%. La nuova funzione può però essere per ora utilizzata esclusivamente
dal medico o dall’infermiere in condizioni di emergenza, quando non è disponibile un elettrocardiogramma standard ma il paziente ha sintomi di un possibile attacco cardiaco. Se si interviene con l’angioplastica entro 90-120 minuti la mortalità si dimezza, ma è fondamentale una diagnosi tempestiva. A oggi è indispensabile che i dati vengano valutati da uno specialista ma, in futuro potrebbe essere disponibile un software che consenta la diagnosi automaticamente. Finora, grazie alle app si poteva effettuare un elettrocardiogramma anche da soli. In questo caso, però, ci si toglie l’orologio dal polso e mettendolo in nove posizioni sul torace si può riconoscere l’attacco cardiaco con una sensibilità che arriva al 94%. Lo dimostra per la prima volta al mondo una sperimentazione tutta italiana i cui dati, appena pubblicati su JAMA Cardiology. Stando ai risultati, un ‘orologio intelligente’ potrebbe contribuire a ridurre drasticamente i tempi di diagnosi dell’infarto e quindi migliorare la prognosi dei pazienti, che dipende moltissimo dal tempo che intercorre fra l’inizio dei sintomi e la terapia effettuata con l’angioplastica coronarica. “Un Ecg tempestivo è fondamentale per la diagnosi di infarto, ma non sempre è prontamente disponibile in caso di sintomi sospetti; gli smartwatch, invece, sono al polso di un numero sempre più elevato di persone – gli Ecg standard prevedono l’applicazione di elettrodi che misurano l’attività elettrica del cuore in punti diversi sul torace; gli smartwatch come l’Apple Watch, che abbiamo utilizzato nella nostra sperimentazione ed è uno dei più diffusi al mondo, sono programmati per effettuare una sola derivazione elettrocardiografica, consentendo perciò di esplorare l’attività elettrica di una parte soltanto del cuore. Il nostro studio ha dimostrato che è possibile spostare l’orologio in diverse posizioni del corpo, effettuando così una misurazione a nove derivazioni analoga a quella di un ECG standard”.

Fondamentale la tempestività
La possibilità di individuare un infarto in corso con rapidità e semplicità grazie all’uso di un semplice smartphone può essere di grande aiuto in determinate situazioni nel ridurre le conseguenze negative di un attacco cardiaco: “In caso di dolore toracico, soprattutto se si associa a sudorazione e difficoltà di respirazione, è indispensabile effettuare subito un Ecg per verificare l’eventualità di un infarto in corso:
– le Linee guida Esc consigliano infatti un Ecg entro 10 minuti dal primo contatto col medico.
La tempestività è decisiva:
– i pazienti con infarto miocardico più grave devono essere trasferiti rapidamente in emodinamica per impiantare uno stent, altrimenti si vanifica il beneficio dell’intervento. Negli ultimi anni, proprio grazie all’ angioplastica primaria, la mortalità per infarto si è ridotta del 50%, a patto che la procedura venga effettuata entro 90-120 minuti dalla diagnosi con Ecg.
(La Repubblica)