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Archivio mensile Dicembre 2020

Perché abbiamo sempre in mano lo SMARTPHONE?

Guardare di continuo lo smartphone è un gesto diventato automatico, come accendersi una sigaretta per un fumatore. Ecco perché.

Uno studio condotto dalla London School of Economics and Political Science pubblicato su Science Direct ha indagato i motivi per cui molti di noi controllano in modo quasi ossessivo il proprio smartphone. Analizzando il comportamento di 37 giovani di diverse nazionalità, i ricercatori hanno potuto constatare che le interazioni con il nostro cellulare avvengono principalmente non in risposta a chiamate, messaggi o notifiche, ma senza motivo. «Prendo in mano il telefono senza nemmeno rendermene conto», ha dichiarato più di un partecipante allo studio. «È un gesto automatico, come accendersi una sigaretta per un fumatore», spiegano i ricercatori.

CHAT STRESSANTI
In generale, circa una volta su quattro sblocchiamo lo schermo dello smartphone per leggere o inviare messaggi su Whatsapp, anche se i partecipanti allo studio hanno definito “stressanti” le continue notifiche provenienti dalle chat di gruppo, riconoscendo che quasi sempre si tratta di messaggi per nulla importanti. Infatti, una volta su tre prendiamo in mano il telefono per guardare Instagram e Facebook,
solo il 6% delle volte lo facciamo per controllare le e-mail, nonostante siano le notifiche più importanti.
solo l’1% delle volte rispondiamo o effettuiamo una chiamata, a conferma che la funzione per cui il telefono è nato è ormai passata in secondo piano.

OCCHI SULLO SCHERMO
«Per molti, controllare il proprio smartphone è un bisogno maggiore che utilizzarlo per comunicare», afferma Saadi Lahlou, uno degli autori dello studio. Se è vero che la dipendenza da smartphone non può essere paragonata alla dipendenza da droghe, è altrettanto vero che l’utilizzo incontrollato del cellulare è un problema sempre più serio in particolare per le nuove generazioni, abituate a maneggiare apparecchi tecnologici fin da piccolissimi. Secondo Lahlou, è necessario imparare a evitare la tentazione, e fare «come facevano i cowboy con la pistola quando entravano nei saloon: lasciarla fuori». Nonostante infatti lo studio abbia rilevato un utilizzo maggiore dello smartphone “in solitario” e una diminuzione dell’uso in compagnia di altre persone, è innegabile che capiti spesso di vedere gruppi di amici o familiari riuniti, ognuno con gli occhi sul proprio telefono. In questi casi, la tecnologia può danneggiare le relazioni sociali, invece che favorirle.
(Salute, Focus)

COVID, I FARMACI PER L’IPERTENSIONE SONO PROTETTIVI: una NUOVA CONFERMA

Secondo uno studio della Svizzera italiana gli inibitori del sistema renina-angiotensina riducono la mortalità dei pazienti oltre i 64 anni con patologie cardiovascolari

I farmaci comunemente usati contro l’ipertensione possono ridurre la mortalità nei pazienti in età avanzata e con patologie cardiovascolari, quindi ad elevato rischio di decesso. La conferma arriva da uno pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Gli autori hanno evidenziato che le terapie antipertensive con inibitori del sistema renina-angiotensina (i cosiddetti farmaci Ace Inibitori e Sartani) riducono di oltre il 60% il rischio di morte nei malati Covidin età avanzata e/o con patologie renali e cardiovascolari.

Il Sistema Renina-Angiotensina
Una spiegazione dell’effetto positivo dei farmaci Ace Inibitori e Sartani può essere ricondotta all’interazione tra il coronavirus e il cosiddetto «sistema renina-angiotensina» (meccanismo ormonale che regola la pressione sanguigna). Sars-CoV-2 entra nelle cellule umane dopo essersi legato all’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE2) di cui blocca la funzione, causando così un eccesso di angiotensina e un aumento dell’infiammazione, che viene ridotta appunto da questi farmaci. «Lo studio ci insegna che un farmaco noto e sicuro, prescritto di routine dai medici di base per la cura dei pazienti ipertesi, risulta ridurre la mortalità tra le persone colpite da Covid». «Lo studio ha analizzato l’effetto di diverse classi di farmaci sul decorso della malattia da coronavirus in pazienti ospedalizzati, contribuendo, per quanto concerne l’effetto protettivo degli Ace inibitori e dei sartani, a fare chiarezza su un tema dibattuto a livello internazionale».

L’aumento dei livelli di ACE2
Dunque lo studio non è conclusivo, ma offre un contributo importante per la comprensione di un meccanismo complesso. «L’analisi è di tipo osservazionale e su un numero limitato di pazienti — ragiona Annalisa Capuano, professore all’Università della Campania «Vanvitelli», ma senza dubbio interessante e importante, soprattutto per l’utilizzo di modelli statistici estremamente innovativi. Fin dall’inizio della pandemia la comunità scientifica si è chiesta quale potesse essere il ruolo dei farmaci inibitori del sistema renina-angiotensina nella progressione di Covid. Alcuni studi ipotizzavano che, aumentando i livelli di ACE2, i farmaci potessero offrire al virus nuove porte di accesso per diffondersi nell’organismo. Come sappiamo, infatti, Sars-CoV-2 utilizza il recettore ACE2 per creare un legame con cellule e tessuti. Altre indagini hanno invece dimostrato che il legame della proteina spike dei coronavirus al recettore ACE2 determina una diminuzione di ACE2. Ciò, a sua volta, causa una eccessiva produzione di angiotensina ad opera dell’enzima ACE, che viene in minor misura convertito in una sostanza ad attività vasodilatante da parte dell’ACE2. Questo fenomeno contribuisce al danno polmonare. Pertanto, una maggiore espressione di ACE2 potrebbe paradossalmente proteggere i pazienti trattati con Ace Inibitori e Sartani da conseguenze polmonari gravi, piuttosto che metterli a rischio. Per capire meglio, diciamo che nel sistema renina-angiotensina agiscono due componenti: ACE rappresenta la parte “cattiva” (proinfiammatoria) e ACE2 quella “buona”. Lo studio conferma la seconda ipotesi, ovvero che la maggior produzione di ACE2 indotta dai farmaci ipertensivi di tipo RAASi protegge dal rischio di morte i soggetti fragili». (Salute, Corriere)

Troppe ore al pc? Stacca un po’ e Muoviti!

Stare ore davanti al computer non ti fa bene, ma basta poco per compensare il troppo tempo che resti attaccata alla scrivania: ora non hai più scuse.

La pandemia e il lockdown hanno anche avuto questo effetto: siamo sempre al cellulare e/o al computer. Certo, non siamo mai stati un popolo di sportivi ma adesso il telelavoro ci ha davvero dato la botta finale.

Tutti con mal di schiena, cervicale e affini?
Un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine ha calcolato quanto tempo dedicato al movimento potrebbe farci sentire meglio sia nel corpo che nella psiche: basterebbero 30-40 minuti di allenamento «moderato o vigoroso» al giorno per compensare gli effetti negativi di circa 10 ore passate alla scrivania.

ALZATI E CAMMINA
I risultati di un’analisi hanno evidenziato che il rischio mortalità dei più sedentari aumentava con il diminuire dell’attività fisica e che, al contrario, i più attivi riuscivano tramite l’esercizio fisico ad annullare gli effetti negativi delle ore passate seduti. Biciclettate, camminate veloci e anche (per i fortunati che hanno un giardino) giardinaggio: poco più di mezz’ora al giorno di attività di questo tipo migliorerebbe notevolmente la salute del nostro fisico provato da ore di telelavoro. Vi sembra troppo? Iniziate con pochi minuti perché «muoversi un po’ è sempre meglio che non muoversi affatto».

LA OMS CONFERMA
L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia agli adulti dai 18 ai 64 anni di praticare dai 150 ai 300 minuti a settimana di attività fisica aerobica moderata, o dai 75 ai 150 minuti di attività fisica aerobica intensa, limitando quindi il più possibile i momenti di sedentarietà. Ce la faremo ad alzarci dalla sedia e a staccarci dallo schermo?
(Salute, Focus)