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Archivio mensile 02/24/2021

Dopo il VACCINO: come capire se si è IMMUNI alla Covid?

In futuro avremo test immunitari per capire quando somministrare i richiami. Nel frattempo, è fondamentale non comportarsi come se si fosse immuni al virus.

Una volta ricevuto il vaccino, come faremo a sapere se siamo immuni alla covid? Tanto per cominciare, perché per liberarci dalla pandemia occorre comunque vaccinare il maggior numero di persone possibile, e concentrarsi sull’ampia protezione offerta dai vaccini: tutti quelli approvati finora, anche quelli con efficacia più ridotta, offrono una protezione pressoché totale contro le forme gravi e letali della malattia. In secondo luogo, perché anche da immuni non potremmo permetterci di abbassare la guardia finché la maggior parte delle persone non sarà vaccinata.

LE VARIANTI DEL VIRUS
Conoscere il livello di protezione immunitaria di ciascuno potrebbe però essere utile in una fase successiva, per valutare se e quando effettuare un richiamo o capire se i vaccinati siano anche protetti contro le varianti del virus. Come ci si sta muovendo, su questo fronte? Come spiegato sul New Scientist, alcuni test sierologici rapidi usati per individuare le infezioni naturali da coronavirus possono tornare utili per rintracciare gli anticorpi prodotti in risposta ai vaccini dopo tre settimane dalla prima iniezione (il momento in cui inizia a manifestarsi una risposta immunitaria).

I SIEROLOGICI NON BASTANO
La maggior parte di questi test ricerca gli anticorpi che rispondono alla proteina Spike e, una volta trovati, non riesce a distinguere tra anticorpi dovuti al vaccino o conseguenti a un’infezione. Alcuni, però, ricercano gli anticorpi che riconoscono la proteina virale del nucleocapside che non è contenuta nei vaccini, e quindi non registrerebbero la presenza di una risposta immunitaria conseguente al vaccino. Inoltre, i test commerciali hanno comunque un margine di incertezza, con un 10% di responsi “falsi negativi” (non registrano anticorpi anche dove ci sono), e un 2% di “falsi positivi” (li trovano, ma in realtà non ci sono). Un altro problema è che i test rapidi sierologici misurano semplicemente la presenza o l’assenza di anticorpima non la loro quantità che diminuisce nel tempo.

INDAGINI PIÙ COMPLETE
In futuro serviranno test rapidi che rivelino il livello di anticorpi nei vaccinati e la protezione che queste difese offrono contro le varianti del coronavirus. Alcune compagnie di biotecnologie nel Regno Unito e in Germania stanno lavorando a strumenti diagnostici che rilevino non solo gli anticorpi neutralizzanti ma anche le altre componenti chiave del sistema immunitario, come i linfociti T, che prendono di mira direttamente le cellule infettate dal virus, e i linfociti B della memoria incaricati di produrre anticorpi indirizzati contro specifiche proteine virali. Nel frattempo, neanche i vaccinati dovrebbero comportarsi da immuni. Finché non saremo usciti dalla fase critica della pandemia è prudente trattare tutti come persone suscettibili se non alla malattia, almeno al contagio e alla trasmissione. Non sappiamo in che misura i vaccini riducano anche la circolazione asintomatica del virus.

MASSIMA PRUDENZA
Proprio per questo il Ministero della Salute in Italia ha indicato che anche i vaccinati entrati in contatto con un positivo debbano mettersi in isolamento fiduciario per dieci giorni, ed effettuare un tampone di controllo prima di tornare alla vita “normale”. Anche i vaccinati potrebbero infatti risultare positivi, come osservato su alcuni sanitari già immunizzati con Covid ma del tutto asintomatici. Non sappiamo se un vaccinato contagiato possa trasmettere il virus a sua volta, ma non possiamo concederci questo rischio.
(Salute, Focus)

«Sto smettendo, ma vorrei Fumare una Sigaretta: cosa devo fare?»

Il desiderio impellente di accendere una sigaretta passa di solito in pochi minuti. Bisogna imparare a resistere, in quegli istanti: ecco come

Può sembrare a volte che il desiderio di fumare diventi intollerabile e che sia impossibile resistere alla tentazione. Ma è importante restare calmi, sapere che può accadere ed essere preparati. Occorre tenere a mente che il desiderio passa, in genere nell’arco di pochi minuti, durante i quali è importante saperlo ingannare, anche grazie a una serie di trucchi che gli esperti di smoking cessation anglosassoni hanno ribattezzato, in virtù delle iniziali inglesi, la Strategia delle 4 D:

Rimandare (Delay): Darsi un tempo limite prima di arrendersi a fumare e dilatarlo il più possibile; se diventa difficile, passare al punto successivo

Respirare profondamente (Deep breathing): Respirare profondamente dieci volte, a occhi chiusi, cercando di rilassarsi il più possibile

Bere acqua (Drink water): è un’alternativa salutare alla sigaretta fra le labbra, inoltre aiuta a depurare l’organismo e a dare una sensazione di benessere

Fare qualcosa (Do something else): camminare, ascoltare musica, ballare, guardare un film o iniziare un’attività manuale o intellettiva che tenga impegnati e distragga dall’idea momentanea del fumo

(Salute, Fondazione Veronesi)

Covid-19, letalità su casi confermati è del 2,4% nella seconda fase epidemica

Differenze tra regioni si riducono se si tiene conto della demografia e della diffusione del virus nel tempo

ISS, 1 febbraio 2021 – La letalità del Covid-19 in Italia nella seconda fase dell’epidemia è del 2,4%, più bassa rispetto a quella della prima fase durante la quale però l’accessibilità rallentata ai test diagnostici e la diversa distribuzione geografica dei casi potrebbero aver fornito un dato distorto. Il calcolo è contenuto in un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità appena pubblicato, dove sono presentate anche le stime a livello regionale e in riferimento alle diverse fasi dell’epidemia, da cui emerge che le differenze tra regioni appaiono meno evidenti alla luce delle differenze della struttura demografica e della diffusione dell’epidemia nel tempo. Secondo il report tra i casi confermati diagnosticati fino a ottobre, la percentuale di decessi standardizzata per sesso ed età (il cosiddetto ‘Case Fatality Rate o CFR) è stata complessivamente del 4,3%, con appunto ampie variazioni nelle diverse fasi dell’epidemia: 6,6% durante la prima fase (febbraio-maggio), 1,5% nella seconda fase (giugno-settembre) e 2,4% tra i casi diagnosticati nel mese di ottobre.

I dati regionali
Lo studio è stato condotto utilizzando il database dei casi COVID-19 confermati con test molecolare e notificati al sistema di sorveglianza da inizio epidemia (20 febbraio 2020) al 31 Ottobre 2020 dalle regioni/PA. In particolare, sono stati conteggiati i decessi avvenuti entro 30 giorni dalla diagnosi, e il CFR è stato calcolato standardizzando i tassi per tener conto delle differenze regionali nella struttura demografica della casistica.

Il CFR standardizzato presenta una variabilità a livello regionale, con i più alti valori osservati in Lombardia (5,7%) ed Emilia-Romagna (5,0%), mentre i livelli più bassi sono stati osservati in Umbria (2,3%) e Molise (2,4%). “Nell’interpretare le differenze regionali di CFR è importante tenere in considerazione la tempistica con cui l’epidemia si è manifestata nei diversi ambiti territoriali. L’epidemia ha colpito prevalentemente l’area settentrionale del Paese durante la prima ondata (febbraio-maggio), per poi estendersi più diffusamente sull’intero territorio nazionale nelle fasi successive – si legge nel documento – Questa disparità nella distribuzione dei casi nel tempo potrebbe spiegare parte delle differenze del CFR regionale riferite all’intero periodo esaminato”. Alcune delle differenze regionali che emergono dall’analisi condotta sull’intero periodo (febbraio-ottobre) appaiano infatti meno pronunciate e talvolta invertite quando i CFR regionali sono confrontati separatamente per ciascuna fase epidemica.

Il confronto con l’Europa
I dati disaggregati per sesso, classe di età e fase epidemica, così come analizzati in questo rapporto, non sono disponibili per altri paesi Europei e pertanto non è metodologicamente corretto eseguire un confronto del CFR per paese. È comunque opportuno notare che i CFR standardizzati utilizzando la popolazione europea standard come riferimento sono risultati inferiori a quelli calcolati usando come riferimento la popolazione Italiana residente. Questo suggerisce che la struttura per età relativamente più anziana della popolazione Italiana possa spiegare in parte le eventuali differenze con gli altri Paesi.

L’unico confronto possibile a livello internazionale è basato sull’eccesso di mortalità registrato durante l’epidemia rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Le stime fornite da Eurostat riguardo la variazione percentuale dei decessi registrati nel periodo Febbraio-Ottobre 2020 rispetto a quelli registrati nello stesso periodo dei quattro anni precedenti mostrano come l’Italia, rispetto alla stima complessiva riferita ai 27 paesi membri dell’UE, abbia avuto, a eccezione della prima ondata epidemica, un eccesso di mortalità inferiore alla media Europea (13,1% vs 17,1% nel mese di ottobre).

Cos’è il Case Fatality Rate
In alcuni casi la letalità, ossia la proporzione di decessi che si verificano in una popolazione infetta, è stata calcolata utilizzando dati aggregati cumulati riferiti ai casi e decessi notificati a una certa data. Questa tipologia di stima può però risentire di distorsioni. Le stime puntuali e il loro confronto nello spazio e nel tempo possono ad esempio essere distorte da differenze e modificazioni nell’accessibilità ai test diagnostici. Ad esempio, una ridotta capacità di tracciamento di casi asintomatici conduce a una di sottostima della popolazione infetta esposta al rischio di morte e alla conseguente sovrastima della letalità. In questi casi, è più appropriato utilizzare il termine case fatality rate (CFR) che è calcolato esclusivamente sulla popolazione dei casi noti, ossia quelli diagnosticati e notificati. Inoltre, l’utilizzo di dati aggregati cumulati a una certa data non tiene conto dell’intervallo di tempo che intercorre tra la diagnosi e l’eventuale decesso. In questa circostanza, i casi per i quali l’infezione è relativamente recente da non aver ancora potuto manifestare eventuali complicazioni fatali sono conteggiati nella popolazione infetta a rischio di decesso, causando così una sottostima del CFR. Mentre il primo limite non può essere superato con i dati a disposizione, l’analisi presentata in questo rapporto è basata su dati individuali riferiti ai casi per i quali, tenuto conto di un possibile ritardo nell’aggiornamento delle informazioni, il tempo di osservazione del decorso clinico è stato di almeno 30 giorni dalla diagnosi.

Cliccando qui di seguito è possibile leggere per intero il rapporto dell’ istituto superiore di sanità CASE FATALITY RATE

INFLUENZA: gli Alimenti da Preferire e quelli da Evitare

Nel periodo invernale l’influenza è, spesso, dietro l’angolo.

La debolezza diffusa, unita a una carenza d’appetito può portare a mangiare meno, e non sempre nella maniera più ottimale alla nostra situazione. Una dieta varia ed equilibrata, che sia rispettosa della stagionalità, è l’ideale in caso di influenza. Abbiamo chiesto alla dottoressa Francesca Albani, dietista di Humanitas San Pio X, quali alimenti sia meglio mangiare, e quali evitare, quando questa condizione ci mette “ko”.

La tendenza al “digiuno” è da evitare
L’inappetenza è molto comune, in caso di influenza: non viene magari spontaneo sedersi a tavola e consumare pasti completi e bilanciati, specie se alla patologia è accompagnata febbre, tosse, raffreddore, mal di gola . Quando siamo influenzati, però, il nostro organismo ha bisogno di reintegrare tutta una serie di principi nutritivi fondamentali proprio per velocizzare la guarigione. Per questo bisogna cercare di “sforzarsi” un minimo, e di non cedere alla svogliatezza. Infatti il sistema immunitario ha bisogno di energie per combattere e vincere lo stato influenzale in cui si trova il nostro organismo: per farlo, è bene preferire alimenti digeribili e leggeri, ma anche nutrienti.

Quali sono i cibi da preferire quando si ha l’influenza?
Prima di tutto sono importantissime le vitamine, soprattutto la vitamina C e la vitamina E, e i minerali, come il ferro e lo zinco. La frutta e la verdura sono quindi gli alimenti ideali, sia per la loro veloce digeribilità, sia per il fatto che non sono “impegnativi” a livello dello stomaco. Inoltre, per contrastare la spossatezza, si può optare per zuppe, minestre e piatti caldi, che oltre a essere facilmente assimilabili, permettono di reintrodurre nel nostro organismo anche un quantitativo di acqua e sali minerali consistente. Di seguito alcuni alimenti particolarmente indicati: tra la frutta, le arance, i kiwi e i mandarini; tra la verdura, gli ortaggi della famiglia dei cavoli e dei broccoli; Ottime anche le zuppe calde, a base di legumi e cereali, che hanno una composizione equilibrata dal punto di vista nutrizionale.

Quali, invece, i cibi da evitare?
Per contro, bisognerebbe evitare di mangiare cibi troppo elaborati, fritti o ricchi di grassi, e in generale quegli alimenti le cui preparazioni possono rendere più difficoltoso il processo digestivo, andando a peggiorare il quadro di malessere. Per quanto riguarda le bevande, gli alcolici sono certamente da evitare, poiché danno un’illusione di calore appena assunti, ma causano vasocostrizione.

L’importanza dell’idratazione
Infine, ricordiamo che la prima cosa da fare è tornare a idratarsi a dovere. È quindi necessario bere tanta acqua, tè e tisane calde cui può essere aggiunto un po’ di miele, e magari optare per le spremute di agrumi. (Salute, Humanitas)