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Archivio mensile 05/31/2021

VACCINI Anti-COVID: QUANTO si è PROTETTI dopo una DOSE?

Un italiano su tre ha ricevuto almeno la prima dose di uno dei vaccini contro il SARSCoV-2. Quale grado di immunità offre questa prima iniezione?

Al momento in cui scriviamo oltre 20 milioni di italiani hanno ricevuto almeno la prima dose di uno dei vaccini anti-covid disponibili. In un periodo in cui occorre bilanciare l’aumentato rischio posto dalle riaperture con il sollievo di almeno una protezione parziale dalla malattia, quale copertura offre una singola dose dei vari tipi di vaccini? Riprendiamo qui una sintesi dei dati emersi sia nella fase finale dei trial (sperimentazioni) su larga scala, sia nel mondo reale, così come li riporta un articolo di recente uscito su Business Insider).

COME INTERPRETARE LA PERCENTUALE DI EFFICACIA
La percentuale di efficacia dei vaccini si riferisce alla proporzione di persone, tra i vaccinati, che acquisisce una protezione completa dopo un vaccino. L’80% di efficacia, quindi, significa che l’80% delle persone vaccinate sviluppa una protezione completa dalla malattia con sintomi e il 20% no. La seconda dose è comunque fondamentale: nelle persone che già dopo la prima acquistano una protezione completa, la seconda dose garantisce una migliore qualità e durata delle difese immunitarie. Tra chi dopo la prima dose non ha acquisito una protezione completa, alcuni la sviluppano dopo la seconda e alcuni no – ci sono persone che, per una compromissione del sistema immunitario, non mettono in campo difese sufficienti neanche da pienamente vaccinate.

VACCINO DI PFIZER-BIONTECH: ALMENO L’80% DI EFFICACIA
Secondo i documenti della FDA statunitense, basati sulle sperimentazioni di fase 3, il vaccino di Pfizer offre un’efficacia del 52,4% dalla covid con sintomi tra la prima e la seconda dose. Questa percentuale include però anche gli 11 giorni prima delle canoniche due settimane necessarie per innescare una risposta immunitaria adeguata, per cui l’efficacia dopo quella soglia potrebbe essere più alta. Secondo Stephen Evans, professore di statistica medica della London School of Hygiene & Tropical Medicine, gli studi nel mondo reale indicano in modo piuttosto chiaro che una singola dose di vaccino di Pfizer induce una protezione almeno dell’80% e probabilmente migliore del 90%, anche se non è chiaro cosa accada dopo i 21 giorni canonici per la seconda dose, perché questo non è stato pienamente testato. La protezione da ospedalizzazione e morte dovrebbe essere del 100% anche dopo la prima dose, anche se i numeri che giustificano questa affermazione sono molto piccoli.

VACCINO DI MODERNA: ALMENO L’80% DI EFFICACIA
Il vaccino di Moderna dovrebbe offrire un’efficacia del 69,5% tra la prima e la seconda dose, anche se questo valore include i 13 giorni prima del raggiungimento della protezione piena e dunque, la percentuale finale potrebbe essere più elevata. Non è chiaro quanto una singola dose protegga dai casi più gravi, perché poche persone nel gruppo di controllo hanno contratto la malattia in forma severa e non è possibile fare un confronto sensato. Durante i trial il 7% dei vaccinati non ha ricevuto la seconda dose: in queste persone la protezione dalla covid sintomatica è stata del 50,8% fino a 14 giorni dopo la prima dose e del 92,1% dopo 14 giorni. Anche in questo caso, per Evans i dati nel mondo reale mostrano un’efficacia di almeno l’80% e probabilmente migliore del 90% contro la malattia sintomatica dopo una singola dose, per 28 giorni (fino cioè al momento ideale del richiamo). Dopo quella soglia non ci sono dati disponibili.

VACCINO DI OXFORD-ASTRAZENECA: PIÙ DEL 70% DI EFFICACIA
Anche se i dati su larga scala per il vaccino di AstraZeneca sono più incerti, a causa dei diversi impianti sperimentali seguiti nei trial di fase 3, secondo un’importante revisione pubblicata a febbraio su Lancet, una singola dose avrebbe un’efficacia del 76% contro la covid sintomatica per almeno 90 giorni, mentre la protezione contro ricoveri e morte sarebbe del 100% (anche qui i numeri per un confronto sono però esigui). Per Evans, stando agli studi disponibili, una singola dose offre una protezione almeno del 70%, mentre dopo i 90 giorni non ci sono ancora dati a sufficienza.

VACCINO DI JOHNSON & JOHNSON: 66% DI EFFICACIA
Nei trial del vaccino monodose di Johnson & Johnson è stata controllata l’efficacia contro la malattia da moderata a grave e non contro la covid sintomatica come nelle sperimentazioni degli altri vaccini. Inoltre, i test di questo vaccino sono stati i primi a verificare anche l’efficacia contro le varianti. La protezione si innesca al 14esimo giorno e arriva al 66,1% di efficacia a 28 giorni. Le percentuali variano a seconda della variante prevalente: quando sono stati effettuati i test, negli USA l’efficacia era del 72%, in Sud Africa del 64%, in Brasile del 68%.

UNA SINGOLA DOSE RIDUCE DI MOLTO LA CATENA DEI CONTAGI
Oltre all’importanza di non essere direttamente contagiati c’è anche la possibilità, con il proprio vaccino, di proteggere familiari e amici non ancora vaccinati. Studi effettuati nel Regno Unito dimostrano che una dose dei vaccini di Pfizer e AstraZeneca riduce del 65% i contagi. Inoltre, anche chi viene contagiato contrae la malattia con una ridotta carica virale e corre un rischio dimezzato di trasmetterla a sua volta. Studi in corso nel Regno Unito, dove si sta diffondendo la variante indiana, mostrano però come per contrastare più efficacemente le varianti di coronavirus occorrano entrambe le dosi dei vaccini.
(Salute, Focus)

ATTIVITÀ FISICA: mai superare i 130 battiti al minuto

E’ importante praticare esercizi semplici, e non voler raggiungere il massimo della performance in poco tempo.

Dobbiamo allenare anche il nostro apparato cardiocircolatorio e controllare la frequenza cardiaca – raccomanda Roberto Pozzoni, (Ist. Ortopedico Galeazzi Milano). – Una frequenza cardiaca che ci permette di fare un lavoro di tipo aerobico è sui 120/130 battiti al minuto, è quindi bene non andare mai oltre questa soglia». La prima settimana di ripresa, meglio dire di adattamento, è molto importante. Se si riesce a raggiungere con regolarità il mese di attività, sarà molto più difficile abbandonare. Dal momento che lo sport non serve solo a perdere o mantenere il peso, ma a migliorare il battito cardiaco e la respirazione, a purificare il sangue, a eliminare le tossine e a liberare le tensioni. Un’astuzia per non mollare consiste nel variare spesso l’attività. Nel momento in cui ci rimette a fare sport sul serio è anche opportuno predisporre un piccolo kit di primavera per essere già pronti nel caso insorga un piccolo problema.

GLI IMPREVISTI
Per far fronte a eventuali infortuni (strappi, contusioni) meglio avere a portata di mano prodotti da banco ad azione antinfiammatoria e analgesica sia per uso locale (cerotti, gel, pomate) che sistemico (bustine o cpr). I dolori legati alla contrazione di un muscolo o di un gruppo di muscoli possono essere conseguenza di uno sforzo eccessivo o di un trauma. Per ridurre il rischio è bene sempre massaggiare i muscoli delle gambe con soluzioni in grado di ridurre il rischio di contratture. «Avvertire un dolore dopo uno sforzo fisico è normale, i muscoli vanno in acidosi – e l’acido lattico non si riassorbe prima di 48/72 ore. Se superati i tre giorni il dolore persiste, diventa però necessaria una visita medica».
(Salute, Focus)

STANCHEZZA DURANTE IL GIORNO: un Segnale da non sottovalutare

Può capitare, specie in questo periodo, di sentirsi le palpebre pesanti durante il giorno, magari mentre si sta facendo una riunione al pc o dopo mangiato, anche dopo un pasto non particolarmente abbondante. Come mai succede? E come contrastare questo fenomeno, che rende difficile concentrarsi? Quando consultare lo specialista

«Se stanchezza e sonnolenza ci accompagnano durante il giorno da qualche tempo, potrebbe voler dire che è arrivato il momento di consultare lo specialista. Infatti, ripetersi che si tratta semplicemente del cambio di stagione, del periodo “un po’ così”, e che tutto passerà prima o poi, può non bastare a ritrovare le energie e la concentrazione. La stanchezza di giorno, la cui origine è spesso nella mancanza di un buon riposo notturno, oltre a ripercussioni negative sulla salute e sulla sicurezza nello svolgimento delle incombenze quotidiane, può compromettere anche il benessere nelle relazioni sociali, già messe a dura prova dalla situazione di pandemia che stiamo vivendo».

Stanchezza cronica durante il giorno: le cause
«La condizione di stanchezza e sonnolenza durante il giorno spesso nasconde altre problematiche come depressione, stress, ansia o patologie», spiega la dottoressa. «Tra queste ultime, la presenza di dolore cronico, diabete, alterazioni dei livelli di sodio, narcolessia, ipotiroidismo, ipercalcemia o l’assunzione di alcuni farmaci (antistaminici e tranquillanti) possono favorire quella che viene chiamata eccessiva stanchezza diurna o ESD. Stanchezza e sonnolenza diurna quindi possono non essere situazioni temporanee, ma campanelli d’allarme del nostro organismo che potrebbero rivelare la presenza della sindrome delle apnee ostruttive del sonno. In Italia questa sindrome colpisce più di 4 milioni di persone, sia uomini che donne, di età compresa tra i 30 e 60 anni. Si manifesta con apnee notturne, ovvero l’arresto per circa 10 o più secondi della respirazione durante il sonno, spesso accompagnate da russamento profondo, causando dei microrisvegli continui che frammentano il riposo e non lo rendono efficace al fine del recuperare le energie fisiche e mentali che servono durante il giorno per tutte le nostre attività».

Come dormire bene:
«Per individuare il rimedio più adatto alla propria situazione occorre consultare lo specialista del sonno, per valutare anche con esami (polisonnografia), la presenza di apnee notturne. Una volta individuata la causa, verranno valutati gli interventi sullo stile di vita del paziente o la terapia, che può includere, laddove possibile, anche la sospensione o la modifica dell’assunzione di certi farmaci».

In generale, possiamo cercare di migliorare la qualità del sonno in diversi modi:
stabilire dei ritmi di sonno che siano il più possibile regolari, cercando quindi di andare a letto e svegliarsi alla stessa ora; evitare di cenare poco prima di andare a dormire; mantenere la temperatura della stanza ottimale, cioè tra i 18 e i 19 gradi; non assumere sostanze eccitanti (tè verde, caffè, ginseng etc.) fin dal primo pomeriggio spegnere TV, PC e smartphone almeno mezz’ora prima di andare a dormire, assumere rimedi che possono favorire un buon sonno, come ad es. la passiflora o la valeriana.
(Salute, Humanitas)

MASCHERINE CON IL CALDO: i consigli dei dermatologi per aiutare la pelle

Una «convivenza complicata» soprattutto per i pazienti con acne, dermatite, rosacea, che possono peggiorare. Irritazioni specie in chi deve indossarle molte ore

Nonostante diano fastidio a molti, le mascherine restano uno dei presidi fondamentali per limitare la diffusione del coronavirus. Decisive per proteggere sé stessi e gli altri, creano comunque disagio sia nel respirare (ancor di più con l’arrivo del caldo) sia alla pelle, soprattutto a chi già soffre di problemi cutanei. Diverse indagini hanno fatto messo in evidenza un aumento di acne, rosacea, dermatiti e irritazioni varie, sia in pazienti che già ne soffrivano prima e hanno visto peggiorare la loro situazione nelle aree del viso, sia in persone che non avevano mai avuto disturbi. Per aiutare la «convivenza complicata» con questi importanti presidi anti-Covid gli esperti della Società italiana di dermatologia e malattie sessualmente trasmissibili hanno messo a punto un vademecum con poche, semplici regole utili per arginare i fastidi e aiutare a restituire un aspetto sano a quello che è stato definito «covidface»:
un viso che può invecchiare anche di cinque anni in pochi mesi di pandemia con accentuazione di borse, occhiaie, rughe, pelle avvizzita, sguardo spento.

«Maskne» per chi usa la mascherina molte ore al giorno Oltre alle conseguenze di tipo estetico, a livello internazionale gli esperti hanno iniziato ormai a parlare anche di «maskne», termine che deriva dalla fusione di «mask» (mascherina in inglese) e acne. E con la bella stagione ci si aspetta un aumento di casi, perché il caldo peggiora i disturbi che sempre più pazienti lamentano a livello cutaneo: prurito, bruciori, eritemi, desquamazione della cute. La situazione peggiora se si indossa la mascherina per molte ore al giorno e se si soffre di malattie cutanee preesistenti come l’acne, che pur essendo un disturbo tipicamente adolescenziale interessa il 15% degli adulti, o la rosacea che colpisce più di 3 milioni di italiani. «Studi clinici hanno recentemente evidenziato che indossare mascherine continuativamente e per un tempo prolungato acutizzerebbe l’acne o altre irritazioni della pelle preesistenti o latenti — dice G. Fabbrocini. Il 90% dei pazienti infatti attribuisce il peggioramento di acne e rosacea all’uso della mascherina e un 30% dichiara che la patologia si è slatentizzata o riacutizzata a causa della stessa. L’uso della mascherina per molte ore al giorno determina un’occlusione che può provocare l’alterazione del microbiota cutaneo e quindi del film lipidico».

Più attenzione all’igiene cutanea
Su una cosa tutti i dermatologi concordano: rispetto all’emergenza pandemica che stiamo vivendo, la maskne costituisce un effetto collaterale trascurabile se valuta il rapporto costo-beneficio derivante dall’uso della protezione dall’infezione. Servono solo piccole accortezze, facendo ancora più attenzione all’igiene cutanea e utilizzando i giusti prodotti dermocosmetici che possano aiutare a spegnere l’infiammazione. «Ma le ricadute sulla pelle vanno curate e non sottovalutate, per evitare che si tenda a non indossare la mascherina, fondamentale nella protezione da contagio da Sars-CoV-2. Mi preme sottolineare che dovendo tenere la mascherina sul viso tutto il giorno bisogna fare molta attenzione quando si applicano le creme il cui effetto occlusivo non va tralasciato. Per cui va “calibrata” bene la terapia antiacne, spesso aggressiva, con la routine quotidiana» dice l’esperta. Insomma, è necessario prestare maggior cura nello spalmare la crema utilizzata, massaggiandola bene per farla assorbire prima di mettere la mascherina perché altrimenti si crea una doppia copertura eccessiva, che non consente alla cute di respirare.

I consigli dei dermatologi
Gli esperti nel vademecum appena presentato, consigliano di

  • indossare sempre mascherine certificate CE bianche, in tessuti naturali o anallergici che possano aiutare la pelle a respirare, evitando quelle in tessuti sintetici.
  • Cambiare o lavare con regolarità la mascherina, utilizzando detergenti neutri o prodotti biologici ed anallergici.
  • Cercare di evitare il trucco se si sa di dover portare la mascherina per un periodo prolungato.
  • Prestare la massima cura alla scelta dei prodotti per la routine di pulizia e idratazione: per esempio, la mattina, al risveglio, partire da una detersione mirata con detergenti leggermente più acidi e seboregolatori, ma sempre delicati.
  • Applicare quindi prodotti topici non comedogenici (ovvero che non favoriscano l’insorgenza di punti neri, brufoli e altre impurità) e farli assorbire completamente prima di indossare la mascherina: l’idratazione della pelle è fondamentale, meglio applicare la crema quindi almeno una mezzora prima di indossare la mascherina.
  • Inoltre con l’arrivo dell’estate non si deve dimenticare un filtro solare perché i raggi solari attraversano anche i tessuti.
  • Per prevenire danni tipo abrasioni o irritazione, spiegano i dermatologi, si può usare una medicazione idrocolloide da posizionare sotto le palpebre o sul dorso del naso.
  • Ed è utile fare attenzione all’alimentazione, evitando tutto ciò che contribuisce a «infiammare» (come troppi zuccheri, grassi o alcolici) e se si presentano problemi, o si aggravano le malattie cutanee di cui si soffre, meglio parlarne subito con il medico specialista.

Dermatite e rosacea possono peggiorare
«Le dermatiti possono essere causate per esempio dalla composizione dell’elastico o dalla sensibilità al metallo utilizzato per modellare la mascherina sul naso — spiega Pasquale Frascione, vicepresidente SIDeMaST —. Ma possono essere attribuite anche all’utilizzo non appropriato della mascherina: se la si porta molto a lungo (oltre sei ore consecutive) o si usa più volte la stessa potremmo avere delle reazioni allergiche perché possono essere presenti tracce di cosmetici contenenti conservanti e coloranti. Oppure possono restare attaccati dei detergenti se, una volta lavata, non sia stata ben sciacquata oppure, nel caso sia stata disinfettata con uno spray detergente, non sia ancora asciutta». Anche la rosacea può aggravarsi con l’uso delle mascherine: «Il peggioramento è dovuto a quello che potremmo definire un effetto “occlusivo o di condensa”, destinato purtroppo ad aumentare a causa del caldo, che è il primo nemico della rosacea — conclude Ketty Peris, presidente SIDeMaST —. Il vapore acqueo prodotto dal respiro infatti si trasforma in liquido che non riesce ad asciugarsi (quindi a far respirare la pelle) perché è effettivamente bloccato dalla mascherina. Per questo motivo l’irritazione sul viso compare o peggiora e, poiché in questo periodo le temperature aumentano, cresce anche la sensazione di calore e fastidio. Facile intuire quindi quanto queste condizioni possano portare a un peggioramento della rosacea».
(Salute, Corriere)

SE il RESPIRO si fa CORTO: quando potrebbe dipendere dai POLMONI

La difficoltà a respirare, in termini medici «dispnea», può essere la spia di numerose malattie. E ora si aggiungono la paura di Covid e il «problema mascherina»

Mai come in questo (lungo) periodo ci è capitato di pensare, anche senza aver fatto particolari sforzi: «Accidenti, mi manca il respiro». Vuoi le mascherine, vuoi la sensazione di disagio che ora ci prende quando non ci sentiamo protetti dal chiuso delle mura domestiche, vuoi la mancanza di esercizio fisico che fa provare rapidamente stanchezza, l’impressione di avere il fiato corto si fa sentire spesso anche tra chi anziano non è. Sarebbe bello poter capire immediatamente se si tratta solo di una sensazione dovuta a un generico stato di ansia o a un problema fisico, ma la distinzione non è sempre facile. La difficoltà a respirare, in termini medici dispnea, può infatti essere la spia di numerose malattie, a partire dall’asma per arrivare all’anemia.

Componente psicologica
«Si tratta di un sintomo che può creare angoscia, dando il via a un circolo vizioso, in cui all’eventuale malattia organica si può aggiungere una componente psicologica —. Ecco perché occorre anche inquadrare il profilo psicologico della persona, a maggior ragione se è presente una disparità tra la situazione clinica e la gravità della mancanza di fiato. Ricordiamo che la dispnea è un sintono soggettivo, avvertito dal paziente che può anche prescindere da qualsiasi difficoltà respiratoria obiettiva».

Quali le possibili cause?
«Qualunque malattia cardiopolmonare acuta o cronica può presentarsi con difficoltà respiratoria. Le cause polmonari più frequenti sono l’ostruzione bronchiale legata a un attacco di asma, il pneumotorace, le polmoniti e la più grave embolia polmonare. In gran parte dei casi la dispnea cronica è conseguenza di malattie respiratorie croniche come broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), enfisema polmonare, asma, fibrosi o altre malattie interstiziali, malattie della pleura e anche ipertensione polmonare, una malattia dei vasi polmonari. Anche numerose patologie cardiovascolari possono essere accompagnate da dispnea. Sebbene con minore frequenza, la mancanza di fiato può, infine, essere spia di malattie come anemia, neuromiopatie (per es. miastenia e Sla), ipertiroidismo, obesità».

Come fare una prima distinzione?
«Bisogna prestare attenzione a come il paziente descrive la situazione. Espressioni come “mi manca il respiro”, “oppure mi sento soffocare”, “non posso respirare profondamente” possono essere di aiuto per indirizzare la diagnosi. Il respiro pesante, per es., richiama un senso di costrizione toracica che può far pensare all’asma. Inoltre è importante capire se e quanto l’eventuale componente ansiosa influenza la mancanza di fiato. Anche la presenza di altri sintomi, come dolore al torace, palpitazioni, febbre, stanchezza, infezioni respiratorie, può fornire informazioni preziose. Una volta visitato il paziente si passa ad accertamenti più mirati come: esami del sangue (per capire se sono presenti anemia o ipertiroidismo); spirometria (permette di diagnosticare asma, Bpco e altre malattie respiratorie e di seguirne l’evoluzione); lastra del torace (può documentare una polmonite o altre malattie del tessuto polmonare); elettrocardiogramma e l’ecocardiogramma se si sospettano dei problemi cardiovascolari». A tutte le possibili cause della mancanza di fiato ora però va aggiunto anche Covid-19… «In parecchi casi si è visto che chi è stato attaccato dal Coronavirus manifesta un fenomeno definito “happy hipoxia”, ipossia felice: il che significa che i pazienti non percepiscono adeguatamente la severità dei loro sintomi e della situazione di insufficienza respiratoria che vivono. Un semplice saturimetro, di uso anche casalingo, è assai utile per monitorare in modo obiettivo la situazione clinica. Sotto il 92% di saturazione, in un soggetto per il resto sano, è bene rivolgersi a un ospedale. Fondamentale è comunque sempre essere seguiti, anche durante le fasi domiciliari, dal proprio medico di famiglia. È bene ricordare che nella maggior parte dei casi è sufficiente assumere paracetamolo per il controllo della febbre e dei dolori osteo-muscolari, come nei casi di influenza. L’uso del cortisone e delle eparine è riservato a alcune situazioni particolari mentre gli antibiotici sono del tutto inutili».
(Corriere)

Sempre più infarti, le donne over 60 ormai muoiono più per patologie cardiache che non per il cancro

L’insorgenza delle patologie cardiovascolari sta crescendo nelle donne

Generalmente il genere maschile è sempre stato quello maggiormente coinvolto in attacchi cardiaci o problemi legati al cuore, ma recenti studi hanno permesso di rilevare un crescente fenomeno che coinvolge l’universo femminile dopo la menopausa. Non solo: ormai le patologie cardiovascolari colpiscono la donna tre volte più di tutti i tumori femminili messi insieme (seno, utero, polmone). Per questo bisognerebbe insegnare alle donne di tutte le età ad avere attenzione per il cuore.

La donna ha un apparato cardiovascolare diverso dall’uomo: ha un cuore e dei vasi più piccoli; essendo destinata alla procreazione, è protetta dai principali eventi cardiovascolari (infarto, ictus), ma solo fino alla menopausa, quando perde lo scudo ormonale e diventa vulnerabile a queste patologie come l’uomo, con un ritardo di circa 10 anni. Questo dato, unito all’aumento dell’aspettativa di vita, deve indurre le donne a una maggiore prevenzione. «Troppo spesso la donna è stata trascurata – le patologie cardiovascolari colpiscono la donna tre volte più di tutti i tumori femminili messi insieme (seno, utero, polmone). Per questo bisognerebbe insegnare alle donne di tutte le età ad avere attenzione per il cuore, a partire da una maggiore sensibilità allo stile di vita per tutelare il proprio organismo. In Europa, e similmente in Italia, le donne che oggi muoiono per problemi cardiovascolari (ictus e infarto) sono il 43% contro il 38% degli uomini. A condizionare questi dati in aumento sono i diversi fattori di rischio che caratterizzano le donne, che si possono suddividere in classici, esclusivi e peculiari. I primi sono gli stessi degli uomini: fumo, colesterolo alto, ipertensione, diabete, assenza di movimento, obesità, alimentazione non corretta. La donna però aggiunge dei fattori di rischio esclusivi legati alla sua vita biologica: anzitutto, la menopausa, che può diventare ancora più aggressiva se precoce, tra i 30 e 40 anni; un menarca precoce o tardivo; malattie come ipertensione o diabete in gravidanza; la sindrome dell’ovaio policistico. In terzo luogo, ci sono i fattori di rischio che nella donna sono prevalenti: le malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide, il lupus, la sclerodermia, la miastenia, la tiroidite hanno conseguenze più impattanti nella donna».
(Salute, Il Mattino)

Un aiuto contro la sindrome dell’intestino irritabile: la dieta LOW-FODMAP

La Sindrome dell’Intestino Irritabile (SII in italiano o IBS in inglese: Irritable Bowel Syndrome) è un disturbo a carico dell’intestino crasso che si manifesta con intensità diversa ed è prevalentemente caratterizzato da dolore e gonfiore addominale associati a variazioni dell’alvo (stipsi e/o diarrea).

La prevalenza di questa sindrome in Italia è del 10.7% nelle donne e del 5,4% negli uomini. La dieta LOW-FODMAP, opportunamente prescritta dallo specialista di riferimento, si fa particolarmente utile nel contrasto di questa patologia.

Cos’è la dieta LOW-FODMAP?
La dieta LOW-FODMAP (Fermentable Oligosaccharides Disaccharides Monosaccharides And Polyols cioè oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili) si basa sull’assunzione di cibi con basso impatto fermentativo in modo da ripristinare un adeguato microbiota. I FODMAP sono scarsamente assorbiti a livello intestinale, possiedono un elevato potere osmotico – cioè richiamano acqua – e vengono velocemente fermentati dai batteri intestinali determinando la tipica sintomatologia della sindrome dell’intestino irritabile. Nel 2008 un gruppo di ricercatori australiani della Monash University di Melbourne pubblicò una ricerca nella quale si ipotizzava che gli alimenti che contenevano determinati tipi di carboidrati potessero peggiorare i sintomi di alcuni disordini gastrointestinali, come la sindrome dell’intestino irritabile e le malattie infiammatorie intestinali. La dieta LOW-FODMAP nel corso degli anni ha riscosso un interesse crescente grazie ai buoni risultati evidenziati in molti studi scientifici. Diversi studi clinici hanno evidenziato che il 70% dei pazienti che seguivano una dieta povera di carboidrati scarsamente assorbibili e molto fermentabili manifestava un notevole miglioramento soprattutto relativamente al gonfiore ed al dolore addominale. È stato visto che una ridotta assunzione di latte, cereali, legumi e frutta migliorava sensibilmente la qualità di vita dei pazienti affetti dalla sindrome dell’intestino irritabile. Una recente revisione sistematica con metanalisi di 12 studi pubblicata all’inizio del 2021 sull’European Journal of Nutrition ha confermato l’efficacia di una dieta a basso contenuto di FODMAP nella riduzione dei sintomi gastrointestinali e nel miglioramento della qualità di vita nei soggetti con sindrome dell’intestino irritabile rispetto alle diete di controllo, specifiche per quella stessa sindrome, ma diverse dalla dieta LOW-FODMAP.

Dieta LOW-FODMAP: gli alimenti da evitare
Frutta fresca come albicocche, avocado, cachi, ciliegie, datteri, fichi, mango, mele, more, pere,
pesche, prugne, nespole;
frutta secca (anacardi e pistacchi);
verdure come aglio, asparagi, barbabietole rosse, carciofi, cavolfiore, cipolla, funghi, mais, porri
Cereali: grano, orzo, kamut, segale
Legumi
Latte e suoi derivati: yogurt, kefir, formaggi a pasta molle, latte di mucca, capra e pecora, gelato
bevande alcoliche e succhi di frutta

Dieta LOW-FODMAP: gli alimenti consigliati
– Frutta come ananas, banana, arancia, limone, mandarino, kiwi, uva
– Frutta secca: mandorle, nocciole, noci, semi di zucca, di girasole, di lino, di sesamo
– Verdure come bietole, carote, cetrioli, fagiolini, finocchi, zucchine, lattuga, pomodori, erbe aromatiche (tutte), spinaci, zenzero
Cioccolato fondente
Formaggi a pasta dura e prodotti lattiero-caseari senza lattosio
Carne e pollame non trasformati, pesce, uova, tofu
Cereali senza glutine
La dieta LOW-FODMAP – e di conseguenza gli alimenti consigliati e da evitare – va eseguita dopo la visita dallo specialista.
(Salute, Humanitas)