fbpx

Archivio mensile 06/22/2021

Camminare per Alleviare il Gonfiore alle GAMBE

Può capitare, in particolare alle donne e soprattutto se in sovrappeso, che piedi e caviglie si gonfino e le gambe diventino stanche e pesanti, magari in ambienti troppo caldi e umidi o indossando scarpe con tacchi troppo alti.

Si potrebbe pensare che, in caso di questi disturbi, sia meglio evitare di camminare e cercare sollievo mettendosi a riposo, ma non è la soluzione ideale. «Quando per diversi motivi si è costretti a rimanere a lungo in piedi o seduti, alzarsi e camminare oppure, se non è possibile, contrarre e rilasciare i muscoli dei polpacci aiuta ad alleviare il gonfiore alle gambe perché favorisce il ritorno venoso del sangue al cuore. In questo modo si riduce la stasi venosa, responsabile del gonfiore nella parte inferiore della gamba, e quindi migliora la sensazione di pesantezza delle gambe. La stasi venosa, ovvero il ristagno di sangue nelle vene, si deve alla perdita di elasticità delle pareti delle vene, che altera il meccanismo di ritorno del sangue dagli arti inferiori al cuore e ai polmoni. Questo determina la formazione di varici».

Teleangectasie e vene varicose: i fattori di rischio
Le varici, dette anche vene varicose, sono causate da malattie del sistema venoso superficiale degli arti inferiori, tra cui le teleangectasie, ossia la dilazione delle piccole venule che diventano gonfie e dolorose. La caratteristica forma tortuosa e il colore bluastro delle varici sono dovuti alla perdita di elasticità e ristagno venoso, a causa del fatto che vene e venule si dilatano in modo permanente, gonfiandosi e diventando dolorose al tatto. «La malattia del sistema venoso si può associare a un’alterazione del sistema linfatico degli arti inferiori che contribuisce ad aumentare il gonfiore delle varici e la pesantezza delle gambe, con crampi notturni, prurito e dolore agli arti inferiori». «Esistono fattori di rischio che predispongono alla malattia del sistema venoso superficiale come l’età e la familiarità. Se in famiglia ci sono casi di varici, aumenta il rischio di sviluppare la malattia, specie se non si tengono sotto controllo i fattori di rischio associati allo stile di vita come obesità e sovrappeso, l’abitudine al fumo, la sedentarietà. Infine, anche le attività lavorative che richiedono di stare a lungo in piedi, specie in ambienti caldo-umidi, aumentano il rischio di sviluppare la malattia venosa».

Alcuni consigli per dare sollievo alle gambe
Anche se non esiste un metodo che possa prevenire la comparsa delle vene varicose, alcuni comportamenti, adottati a ogni età, aiutano a migliorare la circolazione sanguigna in chi soffre di varici e a ridurre il rischio di perdita di elasticità delle vene:

  • Mantenersi attivi e svolgere esercizio fisico con regolarità: camminare, nuotare, andare in bicicletta sono attività che aiutano la circolazione e la perdita di peso.
  • Controllare il peso, evitando sovrappeso e obesità.
  • Seguire una dieta sana: l’estate può essere l’occasione per aumentare il consumo di cibi ad alto contenuto di fibre come verdure e frutta, cereali integrali. Da evitare i cibi troppo salati.
  • Scegliere le scarpe giuste: con il caldo, meglio evitare l’uso prolungato di tacchi alti, che contribuiscono ad aumentare la stasi venosa
  • Ridurre o evitare il fumo di sigaretta, fattore di rischio per le malattie del sistema venoso.
  • Cambiare spesso posizione: stare seduti o in piedi per troppe ore consecutive, peggiora i sintomi delle varici

(Salute, Humanitas)

Le insidie dell’estate: tachicardia e febbre, attenzione al colpo di calore

Una delle insidie estive della quale è facile dimenticarsi è il colpo di calore. È provocato da condizioni ambientali con alta temperatura (a partire da 35 gradi), ridotta ventilazione e, soprattutto, elevata umidità.

Che possono verificarsi al mare come in città. Si tratta di una condizione che non consente certo all’organismo di disperdere il calore in eccesso attraverso il sudore e di mantenere la temperatura del corpo intorno ai 37 gradi. Se l’umidità è molto elevata, il sudore evapora più lentamente e il calore non viene eliminato.

I RISCHI
Quando questo accade la temperatura del corpo aumenta e si può andare incontro a tachicardia come a febbre. Importante è avere a portata di mano integratori idrico-salini e rinfrescare il corpo con panni bagnati in acqua fredda. Altro possibile rischio è il collasso da calore, legato alla diminuzione del sangue circolante. In questi casi all’inizio ci si sente deboli, si suda e si avverte un forte giramento di testa. Il battito tende poi a rallentare, la pressione arteriosa scende e la pelle diventa fredda. «Se una persona dovesse avvertire i sintomi del collasso di calore, metterla in posizione orizzontale con le gambe rialzate rispetto al capo». «È molto difficile distinguere un calore buono da uno cattivo – È evidente che una scottatura determina un aumento della temperatura esterna della cute ed è un fatto negativo, mentre l’attività fisica e la digestione o alcuni fenomeni ormonali determinano aumento della temperatura corporea ma sono fenomeni fisiologici. In alcuni casi, e in particolare quando la temperatura è elevata, si attivano una serie di meccanismi, come la sudorazione e, a volte, il tremore muscolare».
(Salute, Il Mattino)

La CREMA SOLARE SCADE?Come capirlo per non correre rischi

In mancanza di una data di fine utilizzo, ci sono comunque dei segnali rivelatori per capire che il prodotto è andato a male

Andrebbe usata tutto l’anno
Non appena la stagione calda entra nel vivo, molti di noi si mettono a rovistare nel proprio arsenale beauty alla ricerca della crema solare. Che in realtà sarebbe meglio usare tutto l’anno, anche quando fa freddo (perché i raggi del sole ci sono lo stesso), ma siccome lo fanno in pochi, questo significa che il prodotto in questione è lì inutilizzato da almeno un anno. E a questo punto la domanda sorge spontanea: la lozione solare si può ancora usare oppure è ormai scaduta?

I solari scadono. Punto
Esattamente come i medicinali, anche la crema solare ha una data di scadenza, quindi il vecchio flacone di prodotto di cui sopra potrebbe non essere così sicuro come si potrebbe pensare. E la scritta «da usare entro» riportata sulla confezione è tutto fuorché un semplice suggerimento.

Aumenta il rischio di scottature
«La crema solare indubbiamente scade – e ci sarà sempre la data di scadenza stampata da qualche parte sulla confezione, il che significa che usare il prodotto oltre quella data ne vanifica le proprietà protettive, aumentando inoltre il rischio di scottature». Mai usare una crema solare oltre la data di scadenza.

Se manca la data
Secondo quanto riportato dalla Food and Drug Administration, un prodotto solare mantiene inalterate le sue proprietà per tre anni. Nel caso in cui però sulla confezione non venga riportata alcuna data di scadenza, sarebbe opportuno scrivere la data di acquisto sulla bottiglia, così da sapere quando è il momento di buttarla via.

Attenzione ai cambiamenti (e all’odore)
«Se si porta la crema solare in spiaggia e la si lascia sotto il sole, potrebbe alterarsi e quindi andare a male prima della data di scadenza – ecco perché è indispensabile prestare attenzione a eventuali cambiamenti del prodotto e buttare via tutto se ci si accorge che la crema solare ha un colore o una consistenza diversi oppure anche un odore sgradevole».

La giusta quantità: solo 4 applicazioni
La cosa più importante da ricordare è che per avere una protezione completa dai raggi nocivi del sole, è necessario usare la giusta quantità di crema solare. «Bisognerebbe usare una dose di prodotto pari alla grandezza di un bicchiere di vetro – e ricordarsi di applicarlo nuovamente dopo due ore. Così facendo, non occorre nemmeno preoccuparsi della data di scadenza, perché una confezione di crema solare da 120 ml dovrebbe tecnicamente bastare solo per quattro applicazioni».
(Salute, Corriere)

COLESTEROLO «CATTIVO» e INFARTO: un test del Dna potrebbe aiutare a calcolare il rischio

Il nuovo test va in direzione della «prevenzione di precisione», che dovrebbe consentire una valutazione individuale del «pericolo» e quindi interventi più mirati e efficaci

.L’effetto del colesterolo LDL (il cosiddetto colesterolo “cattivo”) sul rischio di sviluppare un infarto miocardico dipende anche dai geni: questi i risultati di uno studio pubblicato su Circulation e realizzato da una società di software di genomica specializzata nello sviluppo di Punteggio di Rischio Poligenico (Polygenic Risk Score – PRS ) per la medicina personalizzata. Grazie al software di analisi PRS, si è visto che la combinazione delle informazioni sul rischio genetico del paziente con il suo livello di colesterolo LDL permette di identificare persone a maggior rischio cardiovascolare che sarebbero altrimenti invisibili ai modelli di rischio tradizionali, ma che hanno potenzialmente bisogno di un trattamento farmacologico adeguato.

Lo studio
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte in Europa, determinando quasi 4 milioni di decessi (il 43% di tutti i decessi, dati 2016). Anche in Italia sono la principale causa di morte (dati Istat 2018), essendo responsabili del 34,8% di tutti i decessi. Dato significativo: il 40% degli adulti presenta almeno tre dei fattori modificabili di rischio cardiovascolare: ipertensione, ipercolesterolemia, sedentarietà, fumo, eccesso ponderale, scarso consumo di frutta e verdura.

L’importanza del «punteggio» poligenico
Lo studio pubblicato su Circulation mostra, in particolare, che le persone con livelli medi di colesterolo LDL (130-160 mg/dl) ma con uno «score» poligenico elevato hanno un rischio equivalente di soffrire di malattie cardiovascolari e infarto rispetto alle persone con ipercolesterolemia (> 190 mg/dl) ma con un PRS di valore medio. La ricerca ha inoltre dimostrato che le persone con punteggi poligenici elevati rispetto alle malattie coronariche possono ridurre il rischio di malattia portandolo nella media della popolazione se mantengono livelli ottimali di LDL (<100 mg/dl). Individui con score poligenico basso non hanno invece un aumento del rischio all’aumentare dei livelli di LDL.

Rischio multifattoriale
«Il rischio di un individuo di avere un infarto o un ictus è determinato dall’interazione di molti elementi, essendo multifattoriale e poligenico. I risultati di questo nuovo score aprono interessanti prospettive cliniche per i nostri pazienti, dimostrando che il rischio cardiovascolare di un individuo dipende da una correlazione tra colesterolo LDL e rischio genetico — Lo studio effettuato su più di 400 mila individui, ha dimostrato che il rischio di infarto e ictus conferito dal colesterolo “cattivo” (LDL-C) è modificato dal background genetico di un individuo. Questo suggerisce che i maggiori benefici dei farmaci che abbassano il colesterolo” cattivo” si otterrebbero negli individui con alti score di rischio poligenico».

Rischio cardiovascolare raddoppiato
«Lo studio — ha mostrato come nei pazienti con alto PRS l’aumento del rischio cardiovascolare, a parità di colesterolo LDL, sia il doppio rispetto al gruppo PRS intermedio». Il PRS è in grado, inoltre, di identificare gli individui che, nonostante siano indicati come bisognosi di un intervento terapeutico secondo le linee guida correnti, non sono in realtà ad alto rischio cardiovascolare in base ai loro geni e ai livelli di LDL, e che quindi potrebbero potenzialmente evitare il trattamento.

Valutazioni «personalizzate»
«La definizione del rischio cardiovascolare individuale è oggi uno step fondamentale per le strategie di prevenzione cardiovascolare — a notare Massimo Volpe, Presidente della Siprec (Società italiana per la prevenzione cardiovascolare). «Non è sufficiente diagnosticare e trattare i singoli fattori di rischio, come ipertensione arteriosa, dislipidemie, diabete, ma occorre definire il profilo di rischio cardiovascolare totale in ogni singolo individuo e mettere al centro di tutte le strategie e interventi di prevenzione la riduzione di questo valore complessivo, non di singoli elementi come il livello di colesterolo LDL»

Prevenzione di precisione
«Assistiamo in questo momento all’emergere di un concetto nuovo, ossia la prevenzione di precisione, che analogamente alla medicina di precisione, intende rendere gli interventi più efficaci e personalizzati. Basti pensare al progetto di legge Cardio50 (DDL 869 in discussione in questo momento al Senato, ndr.), che, come Società scientifiche, stiamo portando avanti insieme alle Istituzioni e prevede uno screening nazionale in tutte le fasce di età per identificare i soggetti su cui agire con maggiore incisività ed efficienza». «In questo contesto —prosegue — può essere molto utile avere a disposizione un semplice test genetico che affina la valutazione del rischio cardiovascolare così da interpretare il vero significato dei diversi livelli di colesterolo e identificare meglio gli individui su cui concentrare l’azione preventiva».

Tecnologia bioinfornatica
Il PRS è una misura del rischio di malattie di una persona basata sui suoi geni e si calcola combinando gli effetti di un gran numero di varianti genetiche nel genoma. Allelica ha sviluppato avanzati strumenti digitali per la stima del PRS di una persona rispetto alle patologie cardiovascolari, basandosi sulla più recente tecnologia bioinformatica applicata allo studio dei dati genetici di circa 408 mila individui della biobanca del Regno Unito. Basandosi su questo algoritmo, Allelica ha preparato un semplice test genetico salivare, che consente di valutare il PRS di ogni individuo.
(Salute, Corriere)

MAL di TESTA: EMICRANIA o CEFALEA SEMPLICE?

Inserita dall’Oms fra le prime 10 cause al mondo di disabilità, il mal di testa, solo in Italia, colpisce oltre 26 milioni di persone. Ecco cosa fare quando il mal di testa diventa un compagno ingombrante.

Il dottor Vincenzo Tullo, neurologo di Humanitas, fa chiarezza sulla diagnostica, sull’epidemiologia e sulle reali possibilità di cura che spesso i pazienti non conoscono, rassegnandosi a vivere in una condizione che penalizza fortemente la loro qualità di vita.

Cefalea primaria e secondaria, quali differenze?
Il mal di testa, o cefalea, è una condizione molto frequente e può dipendere da cause diverse. Se è il sintomo di altre malattie sottostanti, come ad esempio l’ipertensione arteriosa, la sinusite, diverse patologie endocraniche come le neoplasie, è detta cefalea secondaria. Quando invece è un disturbo a sé stante e non ha altre cause evidenziabili con la TAC o la RMN, ma si manifesta esclusivamente con il sintomo del dolore, viene chiamata cefalea primaria.

Come diagnosticare il tipo di mal di testa?
Le cefalee primarie sono molto più frequenti nella popolazione generale rispetto alle cefalee secondarie e sono prevalentemente e in ordine di frequenza la cefalea tensiva, l’emicrania e la cefalea a grappolo. La cefalea di tipo tensivo è la forma più comune di cefalea (circa 1 persona su 3 ne soffre almeno una volta al mese), quindi è più frequente dell’emicrania ma è meno invalidante. Il dolore è diffuso a tutto il capo, si irradia spesso in regione occipito nucale ed è di tipo gravativo-costrittivo (non pulsante). I fattori scatenantisono la tensione nervosa, lo stress protratto, le posture scorrette, la carenza di sonno e le variazioni climatiche. L’intensità è lieve o media e l’attacco può durare da 30 minuti a 7 giorni. L’emicrania è la cefalea primaria più nota e più invalidante: ne soffre più di una persona su 10, in 1/3 dei casi fin dall’infanzia. Il dolore di intensità severa si associa ad altri disturbi quali la nausea, il vomito, l’intolleranza a luce, suoni e odori. Le crisi, spesso unilaterali, hanno una durata se non trattate tra le 4 e le 72 ore e peggiorano con l’attività fisica di routine come salire le scale o tossire. “Da un punto di vista patogenetico oggi l’emicrania è considerata una patologia poligenica e multifattoriale alla cui patogenesi concorrono fattori sia ambientali che genetici – ha specificato Tullo -. Tante le cause che possono scatenare l’emicrania, come lo stress, il ciclo mestruale o i cambiamenti di stagione, ma un ruolo di primo piano spetta all’alimentazione.

Esistono diversi cibi che possono provocare gli attacchi, in chi è predisposto ma anche in chi non lo è;

tra questi ci sono formaggi stagionati, carni rosse e insaccati, dadi da brodo, crostacei e tutto ciò che contiene tiramina, istamina, nitriti, glutammato, fritti e cibi grassi in generale”.

Il fumo e i superalcolici influiscono sul mal di testa? E l’alimentazione?
Banditi fumo e superalcolici. Per prevenire l’emicrania fa eccezione il vino rosso, che contiene sostanze antiossidanti come il resveratrolo, che possono invece essere di aiuto. L’importante è la misura. Una sana alimentazione va sempre associata ad un corretto stile di vita. Lo sport può essere un valido alleato perché aiuta a scaricare le tensioni; meglio però svolgere attività fisica all’aperto, anche un a semplice passeggiata, ed evitare luce artificiale o rumori forti, tipici delle palestre. Se però l’emicrania compare solitamente al risveglio, la causa probabilmente è la cattiva qualità del sonno. È importante riposare bene: per farlo bisogna dormire in un ambiente buio e silenzioso, senza apparecchi elettronici, ed aspettare almeno 3 ore dopo cena prima di coricarsi.

Un consiglio per chi risolve gli attacchi di mal di testa a suon di analgesici:
un loro abuso può ottenere l’effetto opposto, ovvero cronicizzare il disturbo. La corretta alimentazione, un buon sonno ristoratore, la regolare attività fisica e un approccio sereno alla vita sono i pilastri fondamentali per combattere e prevenire il mal di testa.

I maschi fra i più colpiti dalla cefalea a grappolo
In ultimo la cefalea a grappolo: si tratta di una cefalea poco frequente che si caratterizza per il raggrupparsi delle crisi in determinati periodi dell’anno ed è più frequente nei maschi (M:F = 3:1). Il dolore è molto intenso, pulsante-urente, della durata di 15-180 minuti, ricorrente a crisi ravvicinate (grappolo di attacchi) da 1 ogni 2 giorni a 8 al giorno, in sede orbitaria unilaterale. Si associa a congestione oculare, ostruzione nasale o rinorrea, abbassamento della palpebra, guancia e fronte rosse e sudate. Nel caso di insorgenza di una cefalea è importante fare una visita specialistica presso un Centro Cefalee sia per una definizione diagnostica accurata che per una presa in carico del paziente con una raccolta completa di dati anamnestici e clinici e l’impostazione di trattamenti specifici per i singoli attacchi e per la prevenzione degli stessi. L’obiettivo è quello di raggiungere un significativo miglioramento clinico ed un adeguato grado di autogestione da parte del paziente delle crisi residue. Il mal di testa può compromettere ogni aspetto della vita quotidiana, dal rendimento lavorativo alle relazioni sociali e familiari e questo problema è avvertito da molti individui come ancora più insopportabile del dolore in sé.
(Salute, Humanitas)

“DIMAGRIRE, fare sport a Stomaco Vuoto aiuta a perdere peso”, VERO o FALSO?

Tra fare sport a digiuno oppure dopo aver mangiato cibo energetico per affrontare l’esercizio, gli sportivi sono ancora indecisi. Tuttavia, molte persone pensano che l’attività fisica a stomaco vuoto sia più efficace per perdere peso e smaltire qualche chilo di troppo. Vero o falso?

VERO Nonostante non ci siano ancora risultati certi e definitivi, nuove ricerche sembrano dimostrare che fare attività fisica a stomaco vuoto sia efficace per perdere peso –. Secondo uno studio, fare movimento dopo un’abbondante colazione ricca di carboidrati, come biscotti, fette biscottate, pane o cereali, non avrebbe gli stessi effetti sul tessuto adiposo rispetto all’attività fisica svolta a digiuno. Questa differenza è dovuta probabilmente al fatto che, dopo una colazione ricca, l’energia necessaria per lo sforzo fisico viene ricavata dai carboidrati appena introdotti, mentre le riserve di grasso non vengono intaccate. Se invece lo sforzo fisico avviene a stomaco vuoto, l’energia necessaria verrà presa dalle riserve adipose e in eccesso, grazie anche al più favorevole quadro ormonale caratterizzato da bassi livelli di insulina, condizione che favorisce la lipolisi.
Quindi, per dimagrire o per mantenersi in forma, sembra che l’attività fisica a digiuno, praticata con regolarità, sia quella più indicata, tenendo sempre però conto dello stato di salute individuale, la durata e l’intensità dell’attività fisica che si intende svolgere. Ad es., bambini e diabetici dovrebbero sempre consumare una merenda leggera, composta da un frutto, dei grissini o crackers integrali, uno yogurt o frutta secca, prima dell’attività fisica.”
(Salute, Humanitas)