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Archivio mensile 10/25/2021

Sai capire se una ferita è infetta oppure no?

Un taglio infetto può portare a gravi conseguenze, se non trattato opportunamente, quindi è prioritario riconoscerlo.

Anche una piccola ferita, che non necessita neppure di punti di sutura, può causare grossi problemi, come accade per le infezioni cutanee provocate da stafilococchi o streptococchi.
Precisato che in caso di infezione bisogna subito ricorrere al medico, come riconoscere, prioritariamente, se un taglio è stato infettato?
Ne abbiamo parlato con il dottor Stefano Ottolini, specializzato in medicina d’urgenza in Humanitas.

I sintomi dell’infezione: come riconoscerla?
Per sapere se un taglio è infetto, bisogna verificare la presenza di alcuni segni: il gonfiore, l’arrossamento, il calore localizzato (il taglio, infatti, è caldo rispetto alle zone circostanti) e la presenza di pus. Lo scenario peggiore che si possa presentare è la trasformazione di un taglio infetto in un’infezione (sistemica) del corpo intero. La prova dello sviluppo dell’infezione si ha misurando la febbre; è normale che il taglio sia caldo, ma se tutto il corpo registra un aumento della temperatura è perché l’infezione si sta diffondendo. E così è pure per il dolore ed il gonfiore: non è normale si manifestino con particolare estensione od intensità. Anche nausea e diarrea possono essere indicatori della diffusione dell’infezione dalla lesione localizzata ad altri sistemi del corpo, sistema gastrointestinale in primis. Quello che si può fare autonomamente in presenza di un taglio è mantenerlo pulito, disinfettato e coprirlo con una garza sterile e da una benda adesiva da sostituire ogni giorno.

Quando ricorrere agli antibiotici?
Se un taglio o un graffio si infetta non c’è alternativa: è necessario rivolgersi a un operatore sanitario, perché, nella maggior parte dei casi, soltanto loro possono prescrivere gli antibiotici per combattere l’infezione ed eliminarla. Diversi sono gli antibiotici disponibili, e diversi antibiotici agiscono su diversi batteri. Per capire il farmaco appropriato, il medico potrebbe aver bisogno in alcuni casi di eseguire un tampone sulla ferita e inviare il tampone per gli esami colturali batteriologici. Se entro qualche giorno i batteri saranno cresciuti a sufficienza per essere visionati al microscopio il loro tipo sarà identificato. Se invece non sarà cresciuto nulla il taglio non era infetto e gli antibiotici non saranno necessari. Tutti gli antibiotici prescritti dovranno essere assunti con l’avvertenza di continuare sino al termine concordato. Gli antibiotici, infatti, prima del termine con ogni probabilità non avranno ancora eliminato tutti i batteri e quelli sopravvissuti, i più forti, potranno così svilupparsi. Un’eventualità da scongiurare.
(Salute, Humanitas)

La terza dose del vaccino Pfizer offre una protezione
quasi totale dal Covid

Dopo soli 7 giorni si arriva al 95,6% di protezione dalle infezioni e vale anche in presenza di variante Delta. In alcuni casi il richiamo non colma solo il calo dell’efficacia che si registra nel tempo, ma raggiunge valori più alti in assoluto

Il New England Journal of Medicine ha pubblicato giovedì il primo studio randomizzato di un richiamo Pfizer somministrato su 10.000 persone, controllato con placebo (il «gold standard» nella ricerca sui farmaci): finora c’erano state solo analisi prive di «gruppi di controllo», perciò con maggiori potenziali fattori di errore.

Alta efficacia dopo 7 giorni
I risultati di questa ricerca, presentati al Comitato consultivo della Food and Drug Administration, mostrano un’efficacia della terza dose pari al 95,6%, molto alta, con 5 casi di infezione da coronavirus nel gruppo vaccinato con la terza dose Pfizer, contro 109 contagi nel gruppo placebo (2 dosi Pfizer, più la terza con placebo). Le cifre ottimistiche sono rafforzate dal fatto che gli anticorpi neutralizzanti sono stati alti nei confronti di tutte le varianti, senza cali particolari verso le «peggiori», Beta e Delta. In più, per raggiungere la massima efficacia della terza dose si è visto che sono bastati solo 7 giorni.

Più di un quinto dei partecipanti allo studio aveva più di 65 anni, categoria più a rischio di Covid grave.

Anche il profilo di sicurezza del vaccino è rimasto «generalmente coerente» con i dati precedenti.

Si raggiunge una protezione che supera quella iniziale
I numeri dell’efficacia riguardano il contagio: la capacità dei vaccini di contrastare decessi e ricoveri è superiore al 90 % (e vicina al 100%) in ogni analisi anche «solo» con le due dosi di vaccino, ma la protezione verso le infezioni si indebolisce e cala dopo sei mesi, soprattutto nelle categorie maggiormente esposte, per cui si rende utile la terza dose.

Grazie a questo studio è possibile pensare che la protezione dopo la terza dose arrivi a essere quasi totale, un risultato ottimo se si pensa che i dati italiani dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) hanno misurato, a sette mesi dalla seconda dose nella popolazione generale, un’efficacia dell’89%, che cala ulteriormente in presenza di Delta e scende ancora nelle persone con comorbidità: dal 75% (dopo 28 giorni dalla seconda dose) al 52% dopo sette mesi. Anche l’efficacia contro l’infezione nelle persone sopra gli 80 anni e nei residenti delle Rsa diminuisce dopo sette mesi (anche se non sotto l’80%).

La terza dose a chi andrà?
In Italia la terza dose viene data, in ordine di priorità, a immunocompromessi, over 80, residenti nelle Rsa, personale sanitario, over 60 e fragili. Si sta pensando, però, a un’estensione alla fascia sotto i 60 anni, ma da gennaio. Il richiamo viene in ogni caso fatto con vaccino Rna. Marco Cavaleri, capo della divisione strategia vaccini dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA), ha affermato che l’agenzia valuterà i dati di questo studio per considerare l’ipotesi di ampliare la platea dei richiami, attualmente previsti per le fasce di popolazione più fragili. In Usa la FDA ha dato il via libera a qualsiasi cittadino ad alto rischio Covid per ricevere un’ulteriore dose di qualsiasi vaccino approvato.
(Salute, Corriere)


PERCHÉ IL SAPONE PUÒ SECCARE LA PELLE?

Il sapone può seccare la pelle perché, realizzato con grasso e soda o potassa caustica, a contatto con l’acqua sviluppa un pH alcalino che si trova in contrasto con il pH della nostra pelle e può provocare secchezza cutanea ed irritazioni portando anche allo sviluppo di fastidiose dermatiti.

Spiega la dottoressa Alessandra Narcisi, dermatologa dell’ospedale Humanitas. Per questo motivo la classica saponetta non andrebbe usata abitualmente e ripetutamente su viso e corpo, perché il sapone tende ad asportare il naturale film idrolipidico della pelle, ossia la barriera di acqua e grassi che protegge la pelle impedendo agli agenti esterni di penetrare l’epidermide e prevenendo l’eccessiva perdita di acqua dagli strati profondi, e assicurando un giusto grado d’idratazione. In particolare, lavarsi troppo fa male, soprattutto se si usano detergenti aggressivi che sono in grado, come il sapone, di danneggiare il film idrolipidico che la protegge la pelle dagli agenti esterni.

Diverso è invece il cosiddetto Sapone di Aleppo, realizzato con grassi di origine vegetale, che consentono di eseguire una pulizia profonda della pelle e, al tempo stesso, di idratarla. Il Sapone di Aleppo gode di numerose proprietà, tra cui quella antisettica e disinfettante grazie all’olio di alloro, rigenerante e cicatrizzante grazie alla Vitamina E, purificante e tonificante grazie agli antiossidanti contenuti. In commercio ne esistono differenti tipologie con differenti percentuali di olio di alloro, che possono essere scelte in base alle esigenze della pelle.

Anche il sapone di Marsiglia, se puro al 100%, può essere molto utile nei pazienti affetti da dermatiti infiammatorie e negli allergici, perché ha proprietà lenitive e rispetta il naturale pH della pelle. Può inoltre essere utilizzato per l’igiene intima e per lavare gli indumenti a mano o in lavatrice, usandolo direttamente a pezzi nel cestello.

In generale un buon detergente deve rispettare il pH cutaneo e oscillare intorno a valori di 5,5. I detergenti migliori infine sono liquidi, a base di tensioattivi cioè sostanze con proprietà emulsionanti, schiumogene, detergenti, hanno un pH affine a quello della pelle e si risciacquano facilmente. In pazienti con dermatiti infiammatorie o allergici, i detergenti più indicati sono quelli senza profumi o conservanti pericolosi.
(Salute, Humanitas)

Perché i DOLCI non fanno bene al CUORE?

Le persone che tendono a consumare molti dolci sotto forma di cioccolato, merendine, gelati, e ogni sorta di pasticcini e snack dolci, tende ad introdurre ogni giorno una quota maggiore di calorie nella propria alimentazione a causa della quantità di zuccheri e grassi che sono gli ingredienti principali di cui sono fatti dolci

Questa è un’abitudine che apre le porte alla strada verso il sovrappeso e l’obesità, in modo particolare per chi conduce una vita sedentaria perché l’organismo non è in grado di smaltire l’eccesso calorico, o in presenza di malattie come il diabete, che genera a sua volta danno alle pareti dei vasi arteriosi, in cui l’organismo non è in grado di metabolizzare gli zuccheri. Il fatto che sovrappeso e obesità siano un pesante fattore di rischio per le malattie cardiovascolari anche gravi come infarto e ictus, spiega perché i dolci non facciano bene al cuore.
Invece, è meglio consumare moderatamente cioccolato fondente che deve però contenere una percentuale di cacao superiore al 60-70% per fornire al cuore quelle sostanze antiossidanti, chiamate flavonoidi, che hanno dimostrato avere benefici sulla salute di vasi e arterie. Bisogna comunque tenere a mente che è necessario consumare cioccolato è fondente in quantità, non superiori a 10-20g al giorno, pari a circa un quadratino di una tavoletta di cioccolato fondente.
(Salute, Humanitas)