Archivio annuale 2020

La Vitamina C cura il Coronavirus?

In un momento di incertezza come questo, in cui le informazioni circolano liberamente senza che ci sia un controllo opportuno della loro veridicità, bisogna stare attenti a cosa leggiamo e, magari, condividiamo sui social.

Sono molte le persone che sostengono che, assumendo Vitamina C, non solo si possa curare il Coronavirus, ma addirittura se ne possa prevenire il contagio. Ma cosa c’è di vero in questa affermazione? Ne abbiamo parlato con il dottor Michele Lagioia, Dir. medico sanitario di Humanitas,

FALSO

No, la vitamina C non cura, né previene il contagio da Coronavirus. L’acido ascorbico (o Vitamina C) è una Vit amina Idrosolubile che il nostro organismo non riesce ad accumulare e conservare, e che va quindi assunta con l’alimentazione. È implicata in diverse reazioni metaboliche e nella biosintesi di amminoacidi, ormoni e collagene ed è rinomata per il suo effetto antiossidante. La vitamina C partecipa anche nella prevenzione dell’insorgenza di tumori, rafforzando il nostro sistema immunitario e ostacolando la sintesi delle sostanze cancerogene, in particolar modo nello stomaco. Il suo aiuto è indispensabile anche nel contrasto dei radicali liberi. La sua importanza non è quindi in discussione, tuttavia il suo ruolo nella guarigione dal Coronavirus è una notizia priva di fondamento. Male non fa, certo, a meno che non se ne abusi: il rischio di fake news come questa è che le persone assumano troppa vitamina C, rischiando l’ipervitaminosi e conseguenti disturbi ai reni, allo stomaco, all’apparato digerente in generale. Similmente, lo ricordiamo, la vitamina C non ha alcuna proprietà terapeutica nella cura dei sintomi influenzali e pertanto non può essere di alcun aiuto nella prevenzione o nel trattamento di un raffreddore; al massimo potrebbe abbreviare l’episodio influenzale, bisogna stare attenti a non abusarne.

(Humanitas)

Attenzione a…come usi i guanti

I guanti servono a prevenire le infezioni?

Si, a patto che:

  • non sostituiscano la corretta igiene delle mani che deve avvenire attraverso un lavaggio accurato e per almeno 60 secondi
  • siano ricambiati ogni volta che si sporcano ed eliminati correttamente nei rifiuti indifferenziati
  • come le mani, non vengano a contatto con bocca naso e occhi
  • Siano eliminati al termine dell’uso, per esempio, al supermercato
  • Non siano riutilizzati

Dove sono necessari?

  • in alcuni contesti lavorativi come per esempio personale addetto alla pulizia, alla ristorazione o al commercio di alimenti
  • Sono indispensabili nel caso di assistenza ospedaliera o domiciliare a malati

(ISS 16 marzo 2020)

COS’È LO SMART WORKING?

In questi giorni si sta facendo sempre più strada il fenomeno dello smart working.

Il “lavoro intelligente” si fonda sulla restituzione della flessibilità e dell’autonomia del lavoratore nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, per avere una maggior responsabilità sui risultati. Con lo smart working si può lavorare da casa, si può gestire il proprio tempo, organizzare eventuali call con i clienti e i colleghi, si risparmia il tempo che normalmente si spende per andare al lavoro e si fa del bene anche all’ambiente. Abbiamo approfondito l’argomento con la dottoressa Paola Parisi, psicologa e psicoterapeuta di Humanitas Mater Domini.

UN NUOVO MODO DI RIPENSARE IL LAVORO

Prima di tutto è bene specificare che, per utilizzare lo smart working, è necessario formare il personale: la formazione dovrà riguardare sia aspetti concreti quali la pianificazione del lavoro, la gestione degli imprevisti, il problem solving, la gestione degli aspetti relazionali. Anche l’azienda a sua volta dovrà adeguare la propria cultura aziendale alla nuova modalità lavorativa: bisognerà ripensare alla definizione del monte ore, al monitoraggio delle attività e al processo di feedback.

SMART WORKING: I BENEFICI

Utilizzando le evidenze raccolte dall’Osservatorio del Politecnico di Milano si può stimare l’incremento di produttività per un lavoratore derivante dall’adozione di un modello “maturo” di smart working nell’ordine del 15%. Il lavoro agile permette inoltre una migliore conciliazione lavoro-famiglia: avendo la possibilità di lavorare da casa, ci si può occupare dei figli e svolgere quei servizi che la routine quotidiana non permette di fare. Lo smart working garantisce una drastica diminuzione dei tassi di turnover e assenteismo, da anni considerati come i principali indicatori di insoddisfazione lavorativa. Questo fenomeno, infatti, agisce sulle dimensione dell’autonomia e della flessibilità, permettendo all’individuo di gestire deliberatamente modalità e luogo di lavoro. Un ulteriore aspetto positivo riguarda l’impatto ambientale: secondo un recente studio, infatti, un solo giorno di remote working alla settimana diminuisce la produzione di anidride carbonica nell’aria nell’ordine di 135 kg ogni 12 mesi. Parallelamente si ha un grande risparmio in termini di tempo – nell’ordine di circa 60 minuti per ogni giornata di lavoro da remoto – e un risparmio da parte dell’organizzazione dei costi di gestione tipici del lavoro in sede.

I “RISCHI” DELLO SMART WORKING

Lo smart working, specie se è un’esperienza nuova, può essere connesso anche ad alcuni rischi, sia personali, sia contestuali all’ambiente in cui ci si trova a lavorare. Il più immediato è certamente la tendenza a procrastinare. Stare a casa tutto il giorno può provocare un’iniziale difficoltà nella gestione del proprio tempo e nella creazione di un ambiente che minimizzi le distrazioni; può anche provocare alcuni fraintendimenti da parte di familiari e amici, che possono “non considerare legittimato” il lavoro da casa. È quindi fondamentale selezionare le persone più adatte a svolgere lavoro a distanza, in grado di elargire quantomeno lo stesso livello di performance di quello abituale.

(Salute, Humanitas)

COME RAFFORZARE LE DIFESE IMMUNITARIE

Avere un sistema immunitario efficiente è sempre importante ma in questo periodo di emergenza sanitaria nazionale lo è ancor di più. Ecco le sostanze utili per potenziare il nostro scudo di difesa

Mettere in pratica le indicazioni dell’OMS e del Ministero della Salute
è fondamentale per limitare il contagio da Coronavirus. È altrettanto importante, di questi tempi, rafforzare il sistema immunitario, cioè lo scudo di difesa dell’organismo.
L’IMPORTANZA DI RAFFORZARE LE DIFESE IMMUNITARIE
«Il nostro corpo può essere paragonato a un castello che, d’improvviso, viene assediato da un esercito straniero». «Il guardiano, ossia il sistema immunitario, riconosce i nemici, in questo caso il SARS-CoV-2, e contro di loro scatena i suoi soldati: i globuli bianchi specializzati, cioè linfociti T e linfociti B, prodotti da midollo osseo, milza, fegato, ma anche neutrofili e macrofagi. Se le difese funzionano bene, i guerrieri saranno veloci e riusciranno a sconfiggere il nemico più facilmente. Se, invece, funzionano male, i soldati saranno meno reattivi. Il rischio è che abbiano armi spuntate e che così i nemici possano avere la meglio».
DIFESE IMMUNITARIE BASSE: I SEGNALI
Avere le difese immunitarie basse può, pertanto, essere un problema per la salute, in quanto si è maggiormente esposti alle infezioni e alle malattie.
Tra i campanelli d’allarme che avvertono che le difese sono sotto il livello di guardia ci sono stanchezza, inappetenza, comparsa di Herpes simplex (la «febbre» sulle labbra). Ricordiamoci, inoltre, che il sistema immunitario tende naturalmente a indebolirsi con l’invecchiamento.
GLI INTEGRATORI PER POTENZIARE LE DIFESE IMMUNITARIE
Se il vostro menù è vario e ricco di frutta e verdura di stagione, probabilmente assumete già la corretta quantità di antiossidanti e
altre sostanze dall’azione immunomodulante, che supportano cioè il sistema immunitario. Se invece la vostra alimentazione è carente di alcuni nutrienti o siete in una condizione di particolare stress e affaticamento, potrebbero esservi di aiuto gli integratori, da acquistare in farmacia, parafarmacia, erboristeria senza ricetta, ma comunque sempre dietro indicazione del medico. Di solito è consigliata l’assunzione a cicli, con un periodo di sospensione, rispettando le modalità di somministrazione e il dosaggio indicati sul foglietto illustrativo contenuto nella confezione. Ecco quelli più utili.

Zinco
È un minerale in grado di aiutare l’organismo a difendersi. Agisce paralizzando i virus e impedendo loro di replicarsi. Un’altra ipotesi suggerisce un’azione immunostimolante. Si trova sotto forma di bustine o compresse. Se durante il trattamento avvertite sintomi come nausea, vomito, diarrea, consultate il medico.

Probiotici
Una ricerca dell’Università degli Studi di Milano, pubblicata sul Journal of Clinical Gastroenterology, ha dimostrato che l’impiego costante di probiotici riduce i casi di infezione e rende le forme influenzali meno aggressive. Sono particolarmente efficaci i bifidobatteri (Bifidobacterium lactis) e i lattobacilli (Lactobacillus rhamnosus e Lactobacillus plantarum). Si trovano in bustine o in fiale (alcune da conservare in frigo). Sui probiotici non sono state registrate controindicazioni e non sembrano esserci effetti collaterali.

Vitamina C
Grazie al suo potere antiossidante aiuta le cellule a difendersi con maggiore efficacia dagli attacchi esterni. Gli integratori sono venduti sotto forma di capsule effervescenti, tavolette, pastiglie, pillole. La vitamina C è controindicata in caso di insufficienza renale.

Vitamina D
Stimola le difese immunitarie. Gli integratori si trovano sotto forma di capsule. L’assunzione è controindicata per chi soffre di ipertiroidismo o malattie renali. Un sovradosaggio può comportare nausea, vomito, perdita di peso, aumento della diuresi, aumento della sete, debolezza generalizzata, sonno, cefalea.

Vitamina E
È composta da tocoferolo e tocotrienolo, elementi che riducono lo stress ossidativo delle cellule del sistema immunitario, aiutandole a combattere i virus. Gli integratori (ma ci sono anche tanti cibi ricchi di vitamina E) si trovano sotto forma di pastiglie, spesso in abbinamento con altre vitamine e minerali. Tra gli effetti collaterali, una possibile diminuzione dell’aggregazione piastrinica e dei fattori di coagulazione. La vitamina E è sconsigliata durante la chemioterapia o la radioterapia.

Omega-3
Gli acidi grassi omega-3 sono precursori delle prostaglandine, sostanze simili agli ormoni, che attenuano le infiammazioni, modulando l’attività del sistema immunitario. Sono in vendita sotto forma di capsule. Si sconsiglia l’assunzione a chi prende anticoagulanti, come aspirina o warfarin.

Carotenoidi
Precursori della vitamina A, i carotenoidi sono in grado di stimolare le difese immunitarie. Tra gli effetti collaterali del sovradosaggio, un’eventuale colorazione gialla dei palmi delle mani e dei piedi.

Un aiuto dalle piante.
Anche alcune piante possono rinforzare le difese immunitarie, «armandole» contro i virus.

Echinacea
È una pianta originaria del Nord America che rinforza il sistema immunitario. In particolare, potenzia l’attività dei fagociti, cellule che catturano e digeriscono gli aggressori dell’organismo. Con il termine echinacea si definiscono tre specie diverse, tutte usate in fitoterapia:
Echinacea purpurea, Echinacea angustifolia, Echinacea pallida.
Di tutte si utilizzano le radici e dell’Echinacea purpurea anche la pianta intera. In commercio si trovano diverse preparazioni: succo, soluzioni idroalcoliche, estratti secchi. Non può assumere l’echinacea chi soffre di malattie autoimmuni e chi assume farmaci immunosoppressori.

Ginseng
Gli estratti di questa pianta conosciuta da millenni per le sue virtù tonificanti ed energizzanti aiutano a incrementare le quantità di interferone, una classe di proteine prodotte dalle cellule del sistema immunitario in risposta all’attacco di agenti esterni. Esistono vari tipi di ginseng, ma il migliore è il Panax (rosso coreano). È controindicato durante la gravidanza e l’allattamento ed è sconsigliato a chi soffre di ipertensione. Può provocare disturbi intestinali e diarrea.

Olivello spinoso
È un arbusto selvatico originario della Cina, che cresce nelle ghiaie dei fiumi e dei torrenti. Contiene notevoli quantità di vitamina C, ma anche vitamine A, E, P e alcune vitamine del gruppo B, oltre a vari minerali come ferro, calcio, magnesio, rame. In alcuni studi sperimentali, gli estratti dai germogli di foglie di questa pianta, disponibili sotto forma di compresse, capsule, succo, sciroppo, hanno evidenziato la capacità di rinforzare le difese immunitarie.

Rosa canina
È un’ottima fonte di vitamina C, ma anche di altre vitamine (A, E, K e alcune del gruppo B). Contiene, inoltre, acido folico, flavonoidi, tannini, carotenoidi, acidi grassi, sali minerali. È stato dimostrato da vari studi che svolge un’azione di rafforzamento generale dell’organismo e, in particolare, del sistema immunitario.

Bacche di goji
Il goji è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanacee (la stessa di
melanzane, pomodori, patate, peperoncini e peperoni), che cresce in Tibet, in Mongolia e in alcune province della Cina. Nelle sue bacche, che si possono trovare essiccate o sotto forma di capsule, compresse o succo concentrato, sono contenuti flavonoidi e beta-carotenoidi, ma anche vitamine C e del gruppo B, aminoacidi essenziali, minerali come calcio, magnesio, potassio, selenio e fosforo. Secondo alcuni recenti studi, il goji sarebbe in grado di promuovere l’attività delle cellule dendritiche, sorta di «sentinelle» in grado di catturare gli agenti patogeni che minacciano la salute dell’organismo. Non può assumere le bacche di goji chi prende farmaci anticoagulanti, antipertensivi e antidiabetici.

Papaya fermentata
È un estratto che si ottiene da una manipolazione che l’uomo opera sul frutto. La polpa, liberata dai semi e dalla scorza, viene sottoposta a processi di fermentazione (di durata variabile) sfruttando l’azione di alcuni lieviti. Disponibile in bustine e in compresse, contiene un’elevata quantità di enzimi antiossidanti. Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Texas University, negli Stati Uniti, e pubblicato sul Journal of biological regulators and homeostatic agents, si è dimostrata efficace nella prevenzione delle infezioni alle vie aeree superiori, rinforzando le difese immunitarie. È controindicata durante la gravidanza e l’allattamento, in chi soffre di disturbi gastrointestinali e in chi sta assumendo farmaci anticoagulanti.

(Salute, Ok e Benessere)

I SINTOMI IN MEDIA 5,1 GIORNI DOPO L’ESPOSIZIONE AL VIRUS. “ECCO PERCHÉ LA QUARANTENA È DI 14 GIORNI”

Nuova analisi della Johns Hopkins University. La media dell’incubazione da coronavirus è 5 giorni. Ma la maggior parte dei casi mostra i sintomi entro 11 giorni.


I primi sintomi del coronavirus, a fine incubazione, iniziano in
media circa dopo 5,1 giorni dalla prima esposizione al virus. In pochissimi casi si sono manifestati oltre i due giorni dopo, nella maggior parte dei casi si manifestano dopo undici giorni: il valore medio è dunque stimato intorno ai 5 giorni.
E’ quanto affermano i ricercatori dell’Università americana Johns Hopkins in un articolo pubblicato oggi sulla rivista Annals of Internal Medicine.
Gli scienziati, che hanno studiato una serie di casi cinesi nel periodo di febbraio, hanno condotto una analisi sull’incubazione del Covid-19 e stabilito che il 97.5% delle persone che sviluppano sintomi di infezione da SARS-CoV-2 mostrerà questi sintomi entro 11,5 giorni dall’esposizione.
In pratica, scrivono gli esperti, ogni 10 mila persone messe in quarantena per due settimane solo 101 in media potrebbero sviluppare qualche sintomo dopo essere rilasciate dalla quarantena.
Per questo gli scienziati della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health indicano che il periodo di 14 giorni di quarantena usato per esempio nei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie per individui potenzialmente esposti da coronavirus è un “periodo di tempo ragionevole per monitorare gli individui e lo sviluppo della malattia”. In sostanza due settimane sono quelle necessarie (anche se ci può essere qualche caso extra, che va dunque oltre questo lasso di tempo) per rendersi conto di un possibile contagio. Per affermare ciò i ricercatori della Johns Hopkins, lo stesso istituto che da mesi ha diffuso e resa pubblica la mappa del contagio in tempo reale, hanno analizzato 181 casi provenienti soprattutto dalla Cina (zona Hubei) e rilevati prima del 24 febbraio. Per lo più si tratta di persone che potevano avere una idea del periodo del contagio, dato che avevano viaggiato da o verso Wuhan, città cinese considerata al centro dell’epidemia. Questi cittadini, secondo gli studi effettuati, mostravano in media un periodo di incubazione di 5,1 giorni.
Sono stati registrati il possibile periodo dell’esposizione, l’insorgenza dei primi sintomi, della tosse, della febbre, e grazie a ogni caso rilevato è stato creato un modello di distribuzione del periodo di incubazione. E’ emerso appunto che meno del 2,5% delle persone infette mostrava sintomi entro 2,2 giorni e più del 97% entro i 11,5 giorni. Per Justin Lessler, professore di epidemiologia della Johns Hopkins, “in base alla nostra analisi dei dati disponibili l’attuale raccomandazione di 14 giorni per il monitoraggio attivo o per la quarantena è un periodo ragionevole, anche se alcuni casi potrebbero andare oltre”. La stima accurata del periodo di incubazione potrebbe, chiosano gli scienziati, aiutare epidemiologi ed esperti a valutare meglio la dinamica e i meccanismi dell’epidemia e allo stesso tempo studiare, da parte dei funzionari di sanità pubblica, sistemi e misure efficace per la quarantena o l’isolamento, esattamente come sta avvenendo ora in Italia.
(Salute, La Repubblica)

Chi muore di coronavirus?

Secondo i dati dell’Oms su 90.870 casi confermati di contagio da nuovo coronavirus a livello mondiale sono morte 3.112 persone. L’identikit delle vittime

Secondo i dati più aggiornati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), contenuti nel report del 3 marzo, su 90.870 casi confermati di contagio da nuovo coronavirus a livello mondiale sono morte 3.112 persone. Di questi decessi, 2.946 (il 94,7 per cento) sono avvenuti in Cina. Dei 166 registrati al di fuori del Paese asiatico, 52 sono avvenuti in Italia (seconda dietro all’Iran, con 66 vittime). I dati dell’Oms del 3 marzo, aggiornati alle 10 del mattino, sono però già “vecchi”. Il 4 marzo l’Istituto superiore di sanità – che riporta i dati sempre relativi al 3 marzo, ma aggiornati alle 6 di sera – registra in Italia 79 decessi tra i contagiati dal coronavirus.

Ma qual è l’identikit delle vittime?

Per ragioni di tutela della privacy, l’Oms e l’Iss (e le altre istituzioni sanitarie internazionali) non riportano i dati relativi a età, sesso e condizioni patologiche preesistenti dei contagiati dal coronavirus che poi sono morti (non è sempre chiaro con che rapporto di causa/effetto). Tuttavia esistono due studi, uno della missione dell’Oms in Cina e l’altro del Centro cinese di controllo e prevenzione delle malattie (Ccdc), che hanno analizzato decine di migliaia di casi verificatisi in Cina e ne hanno estrapolato alcune rilevanti informazioni. Non abbiamo invece studi sui casi registrati in Italia. Lo studio dell’OmsLo studio dell’OmsReport of the Who-China Joint Mission on Coronavirus Disease 2019 (Covid-19) – è stato pubblicato il 28 febbraio 2020 e ha analizzato 55.924 casi confermati in laboratorio di persone contagiate dal nuovo coronavirus. Come avverte lo stesso studio, i risultati sono da prendere con cautela, considerato che sono stati raccolti in una fase ancora iniziale del contagio. Le percentuali potrebbero in particolare risultare sovrastimate, visto che moltissimi contagiati nelle fasi iniziali (che, statisticamente, sono guariti in pochi giorni senza doversi recare in ospedale) non sono probabilmente stati registrati. Il tasso di letalità (cioè il rapporto che tra contagiati e deceduti) del nuovo coronavirus secondo lo studio Oms  era, nel campione preso in considerazione, pari al 3,8 per cento. Questa percentuale si alza però moltissimo con l’aumentare dell’età del contagiato, arrivando al 21,9 per cento per gli over-80. Lo studio riporta poi che il tasso di letalità è in media più alto tra gli uomini che tra le donne (4,7 per cento contro 2,8 per cento). I pazienti poi che non hanno altre malattie a parte il coronavirus hanno tassi nettamente più bassi della media, l’1,4 per cento. Quelli che invece hanno condizioni sanitarie compromesse da altre malattie oltre al coronavirus hanno percentuali più alte: il 13,2 per cento tra chi ha malattie cardiovascolari, il 9,2 per cento tra i diabetici, l’8,4 per cento tra chi soffre di ipertensione, l’8 per cento tra chi soffre di malattie respiratorie croniche, il 7,6 per cento tra chi è malato di cancro.

Lo studio del Ccdc

Lo studio del CcdcThe Epidemiological Characteristics of an Outbreak of 2019 Novel Coronavirus Diseases (Covid-19) – è stato pubblicato il 17 febbraio 2020 e prende in considerazione 72.314 pazienti tra casi confermati (44.672, la maggioranza), sospetti e asintomatici. Il tasso di letalità medio tra i casi confermati, secondo questo studio, è del 2,3 per cento. È poi più alto nei maschi che nelle femmine (2,8 per cento contro 1,7 per cento) e varia sensibilmente con l’aumentare dell’età (Tavola 1). Nelle fasce di età 10-19 anni, 20-29 anni e 30-39 anni il tasso di letalità è dello 0,2 per cento (sempre tra i casi confermati). Sale allo 0,4 per cento nella fascia 40-49 anni, all’1,3 per cento in quella 50-59 anni, al 3,6 per cento in quella 60-69 anni, all’8 per cento in quella 70-79 anni e al 14,8 per cento tra gli over-80. Anche secondo lo studio cinese (Tavola 1), poi, l’assenza di altre malattie fa calare sensibilmente il tasso di letalità (0,9 per cento). Tra i malati cronici, chi ha malattie cardiovascolari ha un tasso del 10,5 per cento, chi soffre di diabete del 7,3 per cento, chi di malattie respiratorie croniche del 6,3 per cento, chi di ipertensione del 6 per cento e chi è malato di cancro del 5,6 per cento.

Conclusione

Sulle caratteristiche delle vittime causate finora dal nuovo coronavirus non esistono statistiche complete riferite a tutti i casi. Ci sono però due autorevoli studi, entrambi condotti su chi si è ammalato in Cina, dell’Oms e del Ccdc che danno una serie di indicazioni. Al netto delle discrepanze tra i due report, quello che emerge è che il tasso di letalità è superiore tra gli uomini rispetto alle donne, che il rischio aumenta – e di molto – con l’aumentare dell’età della persona contagiata e che i pazienti che non hanno altre malattie, a parte il coronavirus, hanno tassi di letalità più bassi della media. Tra chi ha altre malattie, oltre al coronavirus, i tassi di letalità sono sempre più alti della media e in particolare risultano più esposti di tutti i soggetti che soffrono di malattie cardiovascolari. Per quanto riguarda specificamente l’Italia, come detto in apertura, non abbiamo studi analoghi a quelli di Oms e Ccdc. La rilevanza delle due caratteristiche “età” e “compresenza di altre malattie”, per quanto riguarda l’innalzamento dei tassi di letalità, sembra comunque confermata anche nel nostro Paese dalle notizie di cronaca (qui e qui ad esempio) e dalle indicazioni del Ministero della Salute.

(agi.it)

COSA SUCCEDE SE SI “ROMPE” UN NEO?

Anche se timore e ansia potrebbero essere le prime reazioni quando si rompe un neo, sia che avvenga a causa di uno sfregamento o per un trauma, non c’è da preoccuparsi che il neo possa trasformarsi in nulla di pericoloso – spiega il prof. Antonio Costanzo, direttore dell’Unità di Dermatologia dell’Ospedale Humanitas.


Infatti un neo non diventa pericoloso quando si rompe, ma può diventarlo e cambiare forma da solo senza alcun apparente motivo. Senza dubbio è decisamente meglio evitare le situazioni che possono favorire più e più volte la rottura di un neo o il suo sanguinamento come può accadere, involontariamente, per attrito con le lenzuola durante la notte, per es. Proteggere il neo, soprattutto se si trova in una posizione a rischio di sfregamento contro i tessuti degli abiti o contro accessori come collane e bracciali, può evitare che il neo si rompa. Se nonostante le precauzioni il neo si rompesse, è consigliabile applicare subito una crema antibiotica per evitare sovrainfezioni che possono mascherare la vera natura del neo traumatizzato. In ogni caso, è opportuno farsi visitare da un dermatologo che saprà determinare se quel neo, indipendentemente dal trauma, è un neo pericoloso e a rischio di melanoma, cioè un tumore della pelle invasivo negli stadi avanzati, che si presenta con la forma di un neo dai contorni irregolari e frastagliati che può cambiare forma e colore. Proprio il colore di un neo che si presenta o diventa più scuro degli altri nei nella stessa zona del corpo, è anch’esso un indicatore che dovrebbe condurre il paziente dal dermatologo per una valutazione approfondita. I nei non pericolosi invece, molto frequenti e talvolta numerosi sulla superficie cutanea, possono comparire anche dopo i quarant’anni. Nella maggior parte dei casi si tratta di neoformazioni innocue per la salute che si formano a causa di un accumulo di cellule epiteliali che possono formare un neo di colore rosa, marrone chiaro o marrone scuro oppure dello stesso colore della pelle, e di dimensione contenuta che spesso non supera i 2-3 mm.

(Salute, Humanitas)

PERCHÉ PUR FACENDO LA DIETA ALCUNI NON RIESCONO A DIMAGRIRE?

Sono numerosi i motivi che possono ridurre l’efficacia di una dieta per cui alcuni, pur a dieta, non riescono a dimagrire.

Il primo motivo per cui alcuni faticano a dimagrire è la mancanza di attività fisica associata alla dieta. L’attività fisica non deve essere intesa solo come sport, ma come stile di vita attivo: ben venga andare in palestra o correre 2-3 volte a settimana ma è utile muoversi anche negli altri giorni ed evitare di passare la giornata seduti. Per notare già la differenza tra fare solo la dieta ed essere anche attivi tutti i giorni, è sufficiente inserire nella routine quotidiana piccoli percorsi a piedi o fare le scale. Un altro motivo per cui la dieta può far fatica a funzionare è da attribuire ai piccoli sgarri ripetuti, quelli di cui ci si rende meno conto:  un biscotto in più, il pezzetto di formaggio mentre si cucina, un boccone di pane, il cioccolato dopo cena. In questo caso tenere un diario alimentare e segnare ogni giorno tutto ciò che si mangia, può essere d’aiuto nell’individuare dove sono i principali errori.

Un altro sbaglio è avere un apporto proteico e di carboidrati insufficiente, cioè mangiarne meno rispetto al fabbisogno giornaliero: quando proteine e i carboidrati sono carenti in modo costante il nostro corpo è meno efficiente e il metabolismo rallenta, rendendo difficile dimagrire. Infine le diete ripetute che instaurano la sindrome dello yo-yo cioè le diete che promuovono un continuo dimagrire e riprendere peso, possono contribuire a modificare la composizione corporea aumentando la massa grassa e diminuendo la massa magra con conseguente rallentamento del metabolismo. Si instaura, spesso una fase di stallo durante la dieta in cui non si perde peso, a cui bisogna rispondere apportando le giuste modifiche alla dieta e all’allenamento.

(Salute, Humanitas)

LA BICICLETTA FA MALE ALLA PROSTATA?

Nessun rischio di disfunzione erettile e infertilità per chi passa ogni settimana molte ore in sella. Dubbi minimi invece sul possibile legame con lo sviluppo di un tumore

La controversia è aperta da tempo, il sospetto talvolta riaffiora: possibile che gli uomini amanti della bici siano esposti a un rischio maggiore di disturbi urogenitali? Ovvero, pedalare molte ore alla settimana può favorire problemi seri come disfunzione erettile, infertilità o persino tumore alla prostata? La risposta è rassicurante, secondo l’esito di uno studio pubb. sul Journal of Men’s Health : valutata le probabilità di ammalarsi di 5.300 ciclisti fra i 16 e gli 88 anni abituati a stare in sella per un tempo variabile fra le 3 e le 9 ore alla settimana. Lo studio avanza un’ipotesi, ma servono conferme: esaminato i dati con l’intento di verificare se esista un legame fra l’andare regolarmente più ore in bici e l’insorgenza di problemi per la salute maschile».

Risultati Gli esiti indicano che non c’è alcuna correlazione fra il tempo trascorso in sella e disfunzione erettile (risultata più frequente fra chi soffre d’ipertensione, fuma o a un’età superiore ai 60 anni) o infertilità,  appare lievemente aumentato il rischio di carcinoma prostatico fra gli ultracinquantenni che pedalano più di quattro ore alla settimana. Ma, come sottolineano i ricercatori stessi, «sebbene pare che molte ore sulla bici facciano crescere il livello di Psa (l’antigene specifico prostatico che indica la presenza d’infiammazioni dell’organo) servono conferme e più approfondite analisi per capire se il lieve rischio di cancro emerso non sia dovuto ad altri fattori, primo fra tutti l’età, visto che il tumore alla prostata è il più frequente fra i maschi».

Una relazione con il tumore ai testicoli Nessuno studio finora aveva dimostrato un nesso fra ciclismo e carcinoma prostatico, che potrebbe essere dovuto ai traumi perineali riportati da chi trascorre molte ore sul sellino, mentre erano già emerse evidenze che stabilivano una relazione con il tumore ai testicoli, per via dei traumi ripetuti allo scroto, e con la prostatite. «La bicicletta fa benissimo alla zona pelvica perché attraverso la pompa muscolare delle gambe viene attivata la circolazione venosa».

(Salute, Corriere)