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Dopo il VACCINO: come capire se si è IMMUNI alla Covid?

In futuro avremo test immunitari per capire quando somministrare i richiami. Nel frattempo, è fondamentale non comportarsi come se si fosse immuni al virus.

Una volta ricevuto il vaccino, come faremo a sapere se siamo immuni alla covid? Tanto per cominciare, perché per liberarci dalla pandemia occorre comunque vaccinare il maggior numero di persone possibile, e concentrarsi sull’ampia protezione offerta dai vaccini: tutti quelli approvati finora, anche quelli con efficacia più ridotta, offrono una protezione pressoché totale contro le forme gravi e letali della malattia. In secondo luogo, perché anche da immuni non potremmo permetterci di abbassare la guardia finché la maggior parte delle persone non sarà vaccinata.

LE VARIANTI DEL VIRUS
Conoscere il livello di protezione immunitaria di ciascuno potrebbe però essere utile in una fase successiva, per valutare se e quando effettuare un richiamo o capire se i vaccinati siano anche protetti contro le varianti del virus. Come ci si sta muovendo, su questo fronte? Come spiegato sul New Scientist, alcuni test sierologici rapidi usati per individuare le infezioni naturali da coronavirus possono tornare utili per rintracciare gli anticorpi prodotti in risposta ai vaccini dopo tre settimane dalla prima iniezione (il momento in cui inizia a manifestarsi una risposta immunitaria).

I SIEROLOGICI NON BASTANO
La maggior parte di questi test ricerca gli anticorpi che rispondono alla proteina Spike e, una volta trovati, non riesce a distinguere tra anticorpi dovuti al vaccino o conseguenti a un’infezione. Alcuni, però, ricercano gli anticorpi che riconoscono la proteina virale del nucleocapside che non è contenuta nei vaccini, e quindi non registrerebbero la presenza di una risposta immunitaria conseguente al vaccino. Inoltre, i test commerciali hanno comunque un margine di incertezza, con un 10% di responsi “falsi negativi” (non registrano anticorpi anche dove ci sono), e un 2% di “falsi positivi” (li trovano, ma in realtà non ci sono). Un altro problema è che i test rapidi sierologici misurano semplicemente la presenza o l’assenza di anticorpima non la loro quantità che diminuisce nel tempo.

INDAGINI PIÙ COMPLETE
In futuro serviranno test rapidi che rivelino il livello di anticorpi nei vaccinati e la protezione che queste difese offrono contro le varianti del coronavirus. Alcune compagnie di biotecnologie nel Regno Unito e in Germania stanno lavorando a strumenti diagnostici che rilevino non solo gli anticorpi neutralizzanti ma anche le altre componenti chiave del sistema immunitario, come i linfociti T, che prendono di mira direttamente le cellule infettate dal virus, e i linfociti B della memoria incaricati di produrre anticorpi indirizzati contro specifiche proteine virali. Nel frattempo, neanche i vaccinati dovrebbero comportarsi da immuni. Finché non saremo usciti dalla fase critica della pandemia è prudente trattare tutti come persone suscettibili se non alla malattia, almeno al contagio e alla trasmissione. Non sappiamo in che misura i vaccini riducano anche la circolazione asintomatica del virus.

MASSIMA PRUDENZA
Proprio per questo il Ministero della Salute in Italia ha indicato che anche i vaccinati entrati in contatto con un positivo debbano mettersi in isolamento fiduciario per dieci giorni, ed effettuare un tampone di controllo prima di tornare alla vita “normale”. Anche i vaccinati potrebbero infatti risultare positivi, come osservato su alcuni sanitari già immunizzati con Covid ma del tutto asintomatici. Non sappiamo se un vaccinato contagiato possa trasmettere il virus a sua volta, ma non possiamo concederci questo rischio.
(Salute, Focus)

«Sto smettendo, ma vorrei Fumare una Sigaretta: cosa devo fare?»

Il desiderio impellente di accendere una sigaretta passa di solito in pochi minuti. Bisogna imparare a resistere, in quegli istanti: ecco come

Può sembrare a volte che il desiderio di fumare diventi intollerabile e che sia impossibile resistere alla tentazione. Ma è importante restare calmi, sapere che può accadere ed essere preparati. Occorre tenere a mente che il desiderio passa, in genere nell’arco di pochi minuti, durante i quali è importante saperlo ingannare, anche grazie a una serie di trucchi che gli esperti di smoking cessation anglosassoni hanno ribattezzato, in virtù delle iniziali inglesi, la Strategia delle 4 D:

Rimandare (Delay): Darsi un tempo limite prima di arrendersi a fumare e dilatarlo il più possibile; se diventa difficile, passare al punto successivo

Respirare profondamente (Deep breathing): Respirare profondamente dieci volte, a occhi chiusi, cercando di rilassarsi il più possibile

Bere acqua (Drink water): è un’alternativa salutare alla sigaretta fra le labbra, inoltre aiuta a depurare l’organismo e a dare una sensazione di benessere

Fare qualcosa (Do something else): camminare, ascoltare musica, ballare, guardare un film o iniziare un’attività manuale o intellettiva che tenga impegnati e distragga dall’idea momentanea del fumo

(Salute, Fondazione Veronesi)

Covid-19, letalità su casi confermati è del 2,4% nella seconda fase epidemica

Differenze tra regioni si riducono se si tiene conto della demografia e della diffusione del virus nel tempo

ISS, 1 febbraio 2021 – La letalità del Covid-19 in Italia nella seconda fase dell’epidemia è del 2,4%, più bassa rispetto a quella della prima fase durante la quale però l’accessibilità rallentata ai test diagnostici e la diversa distribuzione geografica dei casi potrebbero aver fornito un dato distorto. Il calcolo è contenuto in un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità appena pubblicato, dove sono presentate anche le stime a livello regionale e in riferimento alle diverse fasi dell’epidemia, da cui emerge che le differenze tra regioni appaiono meno evidenti alla luce delle differenze della struttura demografica e della diffusione dell’epidemia nel tempo. Secondo il report tra i casi confermati diagnosticati fino a ottobre, la percentuale di decessi standardizzata per sesso ed età (il cosiddetto ‘Case Fatality Rate o CFR) è stata complessivamente del 4,3%, con appunto ampie variazioni nelle diverse fasi dell’epidemia: 6,6% durante la prima fase (febbraio-maggio), 1,5% nella seconda fase (giugno-settembre) e 2,4% tra i casi diagnosticati nel mese di ottobre.

I dati regionali
Lo studio è stato condotto utilizzando il database dei casi COVID-19 confermati con test molecolare e notificati al sistema di sorveglianza da inizio epidemia (20 febbraio 2020) al 31 Ottobre 2020 dalle regioni/PA. In particolare, sono stati conteggiati i decessi avvenuti entro 30 giorni dalla diagnosi, e il CFR è stato calcolato standardizzando i tassi per tener conto delle differenze regionali nella struttura demografica della casistica.

Il CFR standardizzato presenta una variabilità a livello regionale, con i più alti valori osservati in Lombardia (5,7%) ed Emilia-Romagna (5,0%), mentre i livelli più bassi sono stati osservati in Umbria (2,3%) e Molise (2,4%). “Nell’interpretare le differenze regionali di CFR è importante tenere in considerazione la tempistica con cui l’epidemia si è manifestata nei diversi ambiti territoriali. L’epidemia ha colpito prevalentemente l’area settentrionale del Paese durante la prima ondata (febbraio-maggio), per poi estendersi più diffusamente sull’intero territorio nazionale nelle fasi successive – si legge nel documento – Questa disparità nella distribuzione dei casi nel tempo potrebbe spiegare parte delle differenze del CFR regionale riferite all’intero periodo esaminato”. Alcune delle differenze regionali che emergono dall’analisi condotta sull’intero periodo (febbraio-ottobre) appaiano infatti meno pronunciate e talvolta invertite quando i CFR regionali sono confrontati separatamente per ciascuna fase epidemica.

Il confronto con l’Europa
I dati disaggregati per sesso, classe di età e fase epidemica, così come analizzati in questo rapporto, non sono disponibili per altri paesi Europei e pertanto non è metodologicamente corretto eseguire un confronto del CFR per paese. È comunque opportuno notare che i CFR standardizzati utilizzando la popolazione europea standard come riferimento sono risultati inferiori a quelli calcolati usando come riferimento la popolazione Italiana residente. Questo suggerisce che la struttura per età relativamente più anziana della popolazione Italiana possa spiegare in parte le eventuali differenze con gli altri Paesi.

L’unico confronto possibile a livello internazionale è basato sull’eccesso di mortalità registrato durante l’epidemia rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Le stime fornite da Eurostat riguardo la variazione percentuale dei decessi registrati nel periodo Febbraio-Ottobre 2020 rispetto a quelli registrati nello stesso periodo dei quattro anni precedenti mostrano come l’Italia, rispetto alla stima complessiva riferita ai 27 paesi membri dell’UE, abbia avuto, a eccezione della prima ondata epidemica, un eccesso di mortalità inferiore alla media Europea (13,1% vs 17,1% nel mese di ottobre).

Cos’è il Case Fatality Rate
In alcuni casi la letalità, ossia la proporzione di decessi che si verificano in una popolazione infetta, è stata calcolata utilizzando dati aggregati cumulati riferiti ai casi e decessi notificati a una certa data. Questa tipologia di stima può però risentire di distorsioni. Le stime puntuali e il loro confronto nello spazio e nel tempo possono ad esempio essere distorte da differenze e modificazioni nell’accessibilità ai test diagnostici. Ad esempio, una ridotta capacità di tracciamento di casi asintomatici conduce a una di sottostima della popolazione infetta esposta al rischio di morte e alla conseguente sovrastima della letalità. In questi casi, è più appropriato utilizzare il termine case fatality rate (CFR) che è calcolato esclusivamente sulla popolazione dei casi noti, ossia quelli diagnosticati e notificati. Inoltre, l’utilizzo di dati aggregati cumulati a una certa data non tiene conto dell’intervallo di tempo che intercorre tra la diagnosi e l’eventuale decesso. In questa circostanza, i casi per i quali l’infezione è relativamente recente da non aver ancora potuto manifestare eventuali complicazioni fatali sono conteggiati nella popolazione infetta a rischio di decesso, causando così una sottostima del CFR. Mentre il primo limite non può essere superato con i dati a disposizione, l’analisi presentata in questo rapporto è basata su dati individuali riferiti ai casi per i quali, tenuto conto di un possibile ritardo nell’aggiornamento delle informazioni, il tempo di osservazione del decorso clinico è stato di almeno 30 giorni dalla diagnosi.

Cliccando qui di seguito è possibile leggere per intero il rapporto dell’ istituto superiore di sanità CASE FATALITY RATE

INFLUENZA: gli Alimenti da Preferire e quelli da Evitare

Nel periodo invernale l’influenza è, spesso, dietro l’angolo.

La debolezza diffusa, unita a una carenza d’appetito può portare a mangiare meno, e non sempre nella maniera più ottimale alla nostra situazione. Una dieta varia ed equilibrata, che sia rispettosa della stagionalità, è l’ideale in caso di influenza. Abbiamo chiesto alla dottoressa Francesca Albani, dietista di Humanitas San Pio X, quali alimenti sia meglio mangiare, e quali evitare, quando questa condizione ci mette “ko”.

La tendenza al “digiuno” è da evitare
L’inappetenza è molto comune, in caso di influenza: non viene magari spontaneo sedersi a tavola e consumare pasti completi e bilanciati, specie se alla patologia è accompagnata febbre, tosse, raffreddore, mal di gola . Quando siamo influenzati, però, il nostro organismo ha bisogno di reintegrare tutta una serie di principi nutritivi fondamentali proprio per velocizzare la guarigione. Per questo bisogna cercare di “sforzarsi” un minimo, e di non cedere alla svogliatezza. Infatti il sistema immunitario ha bisogno di energie per combattere e vincere lo stato influenzale in cui si trova il nostro organismo: per farlo, è bene preferire alimenti digeribili e leggeri, ma anche nutrienti.

Quali sono i cibi da preferire quando si ha l’influenza?
Prima di tutto sono importantissime le vitamine, soprattutto la vitamina C e la vitamina E, e i minerali, come il ferro e lo zinco. La frutta e la verdura sono quindi gli alimenti ideali, sia per la loro veloce digeribilità, sia per il fatto che non sono “impegnativi” a livello dello stomaco. Inoltre, per contrastare la spossatezza, si può optare per zuppe, minestre e piatti caldi, che oltre a essere facilmente assimilabili, permettono di reintrodurre nel nostro organismo anche un quantitativo di acqua e sali minerali consistente. Di seguito alcuni alimenti particolarmente indicati: tra la frutta, le arance, i kiwi e i mandarini; tra la verdura, gli ortaggi della famiglia dei cavoli e dei broccoli; Ottime anche le zuppe calde, a base di legumi e cereali, che hanno una composizione equilibrata dal punto di vista nutrizionale.

Quali, invece, i cibi da evitare?
Per contro, bisognerebbe evitare di mangiare cibi troppo elaborati, fritti o ricchi di grassi, e in generale quegli alimenti le cui preparazioni possono rendere più difficoltoso il processo digestivo, andando a peggiorare il quadro di malessere. Per quanto riguarda le bevande, gli alcolici sono certamente da evitare, poiché danno un’illusione di calore appena assunti, ma causano vasocostrizione.

L’importanza dell’idratazione
Infine, ricordiamo che la prima cosa da fare è tornare a idratarsi a dovere. È quindi necessario bere tanta acqua, tè e tisane calde cui può essere aggiunto un po’ di miele, e magari optare per le spremute di agrumi. (Salute, Humanitas)

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ANNO NUOVO: I “NUOVI” BUONI PROPOSITI

Il 2020 è stato un anno difficile, strano e, per molti, da dimenticare.

L’epidemia COVID-19 ci ha presi alla sprovvista e ci ha costretti a ricalibrare notevolmente il nostro modo di vivere perché molte delle nostre certezze sono andate perse. Insieme al dottor Francesco Cuniberti, specialista del Centro per i disturbi d’ansia e di panico di Humanitas San Pio X, vediamo qualche consiglio per affrontare il nuovo anno.

Gennaio è il mese dei buoni propositi
Abbiamo bisogno di un nuovo inizio, e come ogni gennaio è facile desiderare un cambiamento del proprio stile di vita, magari associando una lista di buoni propositi. «Molte persone stilano liste di buoni propositi ogni inizio gennaio, inserendo gli obiettivi che vorrebbero raggiungere da lì alla fine dell’anno», spiega lo specialista. «Inoltre, i più organizzati definiscono delle vere e proprie mappe mentali, che aiutano a raggiungere gli step necessari per tagliare i vari traguardi prefissati. Tuttavia, spesso queste liste si trasformano in motivo di mortificazione, soprattutto a causa del fatto che molti di questi obiettivi non sono facili da raggiungere. Per questo penso sia importante proporre un altro tipo di lista di buoni propositi, meno punitivi nei nostri confronti e più a portata di mano, perché mai come quest’anno, un anno si spera di ripartenza, è fondamentale ritrovare la serenità perduta».

Qualche chilo di troppo non deve farci sentire in colpa
Tra i primi desideri di gennaio c’è spesso quello di rimettersi in forma: c’è chi si prefigge di dimagrire e chi vuole porre maggior attenzione a ciò che mangia, anche a seguito delle festività che in genere ci portano a mangiare in modo diverso (e di più) rispetto al resto dell’anno. Ora, al di là di situazioni patologiche di obesità e sovrappeso – che richiederebbero l’aiuto di uno specialista -, l’avere qualche chilo di troppo non deve farci sentire in colpa con noi stessi. Cerchiamo di volerci un po’ più bene e prenderci cura di noi, tenendo conto che “Il numero sulla bilancia non ci definisce”. Se ci sentiamo a disagio con noi stessi, con il nostro aspetto e con il nostro peso, possiamo comunque consultare uno specialista e avviare un percorso dedicato. Concedersi ogni tanto qualche “cosa di sfizioso” però, deve essere vissuto come una gratificazione per se stessi e non un pesante fardello di colpa per aver trasgredito. Decido di concedermi qualcosa, lo stabilisco così da essere consapevole della decisione e di come, nei giorni successivi, riprendere il corretto regime alimentare.

L’attività fisica è importante, ma che sia proporzionata
Dedicarsi all’attività fisica è importante, ed è bene farlo con gradualità, nel rispetto del proprio corpo e delle proprie possibilità, magari parlandone prima con il proprio medico. «Se non si è allenati, è meglio iniziare facendo qualche camminata a passo sostenuto in più, anche da soli ascoltando della buona musica e sfruttando l’occasione per riflettere e liberare la mente dall’ansia eccessiva accumulata», continua l’esperto. Prendersi momenti per sé: ogni tanto, perché no? «Quante volte ci siamo “autoflagellati” perché abbiamo perso tempo, o perché non siamo stati “produttivi”? Anche in questo caso il senso di colpa potrebbe rovinare un momento per quello che è, ossia la richiesta del nostro corpo di fermarci e riposarci. Ogni tanto, quindi, il mio invito è quello di ascoltarci. Un pomeriggio trascorso a guardare un film sul divano o un sonnellino in più potrebbero rendere decisamente più produttivi i momenti di lavoro, proprio perché ci siamo goduti un bel momento per noi».

Iniziare tanti hobby nuovi? Ne basta uno, purché ci piaccia
«Imparare a suonare uno strumento o a dipingere a olio, dedicarsi alla cucina oppure ad altre passioni ormai archiviate nel dimenticatoio. Sono infinite le nuove attività che possiamo avere voglia di fare a gennaio. Il problema è che spesso poi l’energia passa e non vengono continuate nel tempo abbandonandole dopo poche settimane, e magari ci troviamo la casa piena di cianfrusaglie che accantoniamo in un angolo e occupano spazio fisico – e mentale», continua l’esperto. «Meglio concentrare le energie in un’unica attività, per cominciare, purché ci piaccia moltissimo e ci dia soddisfazione e ci aiuti a staccare dalle difficoltà quotidiane». (Salute, Humanitas)

ATTIVITÀ FISICA, FARLA SOLO NEL WEEKEND BASTA?

Gli sportivi del weekend possono stare tranquilli: fare attività fisica solo il fine settimana, nel rispetto delle linee guida internazionali, è comunque benefico.

A suggerire un’associazione tra questo modo di fare attività fisica e la riduzione della mortalità è uno studio pubblicato su Jama Internal Medicine. I ricercatori hanno messo a confronto le abitudini di 63.591 individui di almeno 40 anni di età.

Il team ha identificato diversi profili:
1. i sedentari,
2. chi svolgeva attività fisica regolarmente nell’arco della settimana
3. i cosiddetti weekend warriors, i guerrieri del fine settimana, ovvero chi svolgeva 150 minuti di attività fisica a intensità moderata o 75 a intensità più vigorosa in una o due sessioni tra sabato e domenica (o comunque in una o due occasioni a settimana). 150 o 75 minuti sono le soglie raccomandate dalle linee guida internazionali.


MORTALITÀ PIÙ BASSA TRA GLI SPORTIVI REGOLARI
Rispetto agli inattivi, tra i weekend warriors il rischio di mortalità generale era più basso del 30%, quello per malattie cardiovascolari del 40% e quello per cancro del 18%. Le riduzioni del rischio, però, erano simili tra questi sportivi e gli individui che, sebbene attivi, non rispettavano i livelli di attività fisica settimanali raccomandati. Secondo alcuni dati, infine, i rischi di mortalità erano più bassi tra chi si allenava regolarmente. Lo studio, presenta delle limitazioni: la popolazione analizzata non è perfettamente rappresentativa e i dati sull’attività fisica sono stati autoriferiti e quindi suscettibili di errore. In ogni caso, concludono, non è emerso alcun rapporto di causalità fra livelli di attività fisica e riduzione della mortalità.

ESSERE O DIVENTARE WEEKEND WARRIOR È UNA BUONA SOLUZIONE PER FARE ATTIVITÀ FISICA?
«Fare attività fisica una volta a settimana a intensità maggiore è vantaggioso per la salute a patto che l’individuo sia in salute e allenato», risponde la prof.ssa Daniela Lucini, resp. della Sezione di Medicina dell’Esercizio dell’ospedale Humanitas. «Se l’apparato muscoloscheletrico è in forma, non si soffre di disturbi come anche un semplice mal di schiena, allora è possibile concentrare la quantità settimanale di attività fisica in una sola occasione. Anche l’età è un fattore di cui tener conto, ma la condizione necessaria e sufficiente per fare attività fisica in questo modo – è quella di godere di una buona salute cardiorespiratoria e muscolo-articolare». Lo studio suggerisce, tuttavia, che il rischio di mortalità era più basso in chi si allenava regolarmente: «L’ideale sarebbe suddividere i 150 o 75 minuti nell’arco della settimana in modo tale da mantenere attivo il metabolismo sempre, abituando l’organismo al movimento costante. Fare attività fisica in questo modo è più vantaggioso in alcuni situazioni come, ad es., per chi è affetto da diabete per cui è consigliabile controllare la glicemia con un movimento che sia quotidiano».

IL MESSAGGIO DA MEMORIZZARE È: “MUOVETEVI!”
«La quantità di attività fisica può essere modulata a seconda delle esigenze per raggiungere le soglie raccomandate ma anche sotto questi livelli va bene. Qualsiasi cosa in più della sedentarietà è sempre ben accetto: anche una camminata a passo veloce una volta a settimana va bene sebbene le ricadute in termini di prevenzione cardiovascolare siano poco rilevanti».
(Salute, Humanitas)

Vaccino Covid 19: chi ha già avuto la malattia dovrà vaccinarsi?

Chi è già stato positivo al Covid-19 e l’ha sconfitto deve vaccinarsi? Ecco le risposte degli esperti italiani e stranieri.

Una delle domande più gettonate relative al vaccino anti-Covid 19 che sta per arrivare è: chi è già risultato positivo e ha superato la malattia deve vaccinarsi o è da considerarsi già immune? Gli esperti hanno provato a rispondere a questo interrogativo, ma per ora le risposte non sono concordanti.

In Italia su questo argomento oggi si è espresso il Prof. Giuseppe Ippolito, che è il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma e ha detto:

Chi ha avuto il Covid non deve vaccinarsi contro la malattia perché ha sviluppato anticorpi naturali, semmai dovrà controllare il livello di questi anticorpi. E quando questi dovessero scendere, si può riconsiderare una vaccinazione.

VACCINO ANTI-COVID 19: BASSA PRIORITÀ PER CHI HA AVUTO IL VIRUS

Giuseppe Nocentini, immunofarmacologo dell’Università di Perugia, membro Società Italiana Farmacologia, al Corriere della Sera ha detto:

Al momento è opportuno che chi ha avuto la malattia non si vaccini. Sarà opportuno farlo solo una volta che avremo dati su questo sottogruppo di soggetti. In ogni caso questi pazienti hanno una bassa priorità: è ragionevole supporre che siano protetti da una re-infezione o, almeno, dalle complicanze dell’infezione

Nocentini ha spiegato meglio anche quello che ha detto Ippolito e cioè che bisogna fare un monitoraggio con i test sierologici per misurare gli anticorpi. Questo monitoraggio andrebbe fatto ogni tre mesi e il paziente potrebbe farlo da solo poi decidere se fare il vaccino oppure no, ma, secondo lo stesso Cnocentini, è un’opzione poco raccomandabile.

Il Corriere della Sera ha sentito anche Sergio Abrignani, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare Romeo ed Enrica Invernizzi. A lui, in particolare, è stato chiesto cosa dovrebbe fare chi non sa se ha effettivamente avuto il Covid, perché potrebbe essere rimasto sempre asintomatico. Abrignani ha risposto:

Ci sono due tipi di persone: chi ha avuto il Covid e lo sa e chi ha avuto il Covid ma non lo sa, perché l’ha preso in forma asintomatica. Circa metà delle persone che hanno fatto il Covid non sanno di averlo fatto, soprattutto in zone come la Lombardia. Dato che non faremo il sierologico a tutti quelli che vacciniamo, è ovvio che avremo una parte di popolazione vaccinata che ha già fatto l’infezione. Non c’è alcuna evidenza immunologica per ora che chi ha avuto l’infezione naturale non si debba vaccinare, anzi potrebbe essere un potenziamento della risposta immunitaria. La maggior parte dei vaccini prevede più dosi: potremmo considerare l’infezione naturale come la prima dose e quindi, dove sapessimo di una precedente positività al Covid, fare il primo vaccino come fosse la “seconda dose”, una volta sola.

Abrignani dunque introduce l’ipotesi di farsi somministrare una sola dose, invece delle due previste e comunque resta dell’opinione che, per sicurezza, anche chi è già stato malato andrebbe vaccinato, ma aggiunge:

Certamente non avrebbero la priorità, come scelta dal punto di vista logistico, ma dal punto di vista immunologico non c’è nessun problema. Anche perché non sappiamo quanto dura l’immunità naturale e mi sembra più complesso andare a misurare gli anticorpi di chi ha fatto infezione, rispetto a vaccinare queste persone. Succede anche per le altre vaccinazioni, l’epatite B e altre infezioni. Il vaccino influenzale lo facciamo anche a chi ha fatto l’influenza.

Proprio quello dell’immunità naturale è uno dei grandi dubbi che attanagliano gli scienziati, ma anche il vaccino stesso, come ha confermato il consigliere scientifico del Ministro della Salute per la pandemia da coronavirus e rappresentante dell’Italia in seno al Consiglio Esecutivo dell’OMS Walter Ricciardi“darà probabilmente solo un’immunità temporanea e non permanente, quindi ci dovremo vaccinare più volte”.

NEGLI USA ANCORA DUBBI SUL VACCINO PER CHI È GIÀ STATO MALATO

La stessa domanda se la sono posta negli Stati Uniti e il Centers for Disease Control and Prevention, nelle sue FAQ sul coronavirus, risponde:

Non ci sono abbastanza informazioni attualmente disponibili per dire se o per quanto tempo dopo l’infezione qualcuno è protetto dal COVID-19 grazie a quella che si chiama immunità naturale. Le prime evidenze scientifiche suggeriscono che l’immunità naturale da COVID-19 potrebbe non durare molto a lungo, ma sono necessari ulteriori studi per capirlo meglio. Fino a quando non avremo un vaccino disponibile e il Comitato consultivo per le pratiche di immunizzazione non fornirà raccomandazioni al CDC su come utilizzare al meglio i vaccini COVID-19, il CDC non può dire con certezza se le persone che hanno già avuto il COVID-19 debbano fare il vaccino anti-COVID-19 oppure no.

ANTHONY FAUCI: “FATE IL VACCINO ANCHE SE AVETE GIÀ AVUTO IL COVID”

Sempre restando negli Stati Uniti, colui che è considerato il massimo esperto in materia, il Dottor Anthony Fauci, tanto odiato da Donald Trump, ha detto che secondo lui è meglio che anche chi ha già avuto la malattia si faccia vaccinare e ha spiegato:

La decisione finale spetterà alla FDA, perché sappiamo che c’era una certa percentuale di persone che erano nella sperimentazione del vaccino che avevano prove di essere state precedentemente infettate. Quindi dobbiamo vedere quale è stato il risultato per quegli individui. Penso che sia del tutto lecito pensare che non dovrebbe esserci alcuna restrizione nei confronti di coloro che hanno prove di essere stati infettati.

Inoltre anche Fauci ha detto che non ci sono certezze sulla durata dal vaccino e ha commentato dicendo che sarebbe sorpreso se durasse 20 anni, ma sarebbe altrettanto sorpreso se durasse meno di un anno, perciò crede che la durata possa essere di più di un anno, ma chiaramente per ora non c’è certezza.

Fonte: https://www.blogo.it/post/vaccino-covid-19-per-chi-lo-ha-gia-avuto

Covid, Locatelli: “Vaccino completamente protettivo dopo seconda dose”

La protezione immunitaria dall’infezione da virus SarsCoV-2 è completa solo dopo la somministrazione della seconda dose del vaccino anti Covid-19: lo rileva il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli.

“Negli articoli scientifici  – osserva – è chiaramente riportato che anche negli studi clinici si sono infettate persone dopo la prima dose proprio perché la risposta immunitaria non è ancora completamente protettiva. E lo diventa soltanto dopo la seconda dose. Questa è una delle ragioni per non abbandonare comportamenti responsabili dopo essere stati vaccinati“.  Locatelli ha commentato così il caso dell’infettivologa di Siracusa risultata positiva 6 giorni dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino. Probabilmente la malattia era già in incubazione.

Fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Covid-Locatelli-Vaccino-completamente-protettivo-dopo-seconda-dose-75561c25-8d04-4823-ac2d-a7999df31672.html