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COVID, I FARMACI PER L’IPERTENSIONE SONO PROTETTIVI: una NUOVA CONFERMA

COVID, I FARMACI PER L’IPERTENSIONE SONO PROTETTIVI: una NUOVA CONFERMA

Secondo uno studio della Svizzera italiana gli inibitori del sistema renina-angiotensina riducono la mortalità dei pazienti oltre i 64 anni con patologie cardiovascolari

I farmaci comunemente usati contro l’ipertensione possono ridurre la mortalità nei pazienti in età avanzata e con patologie cardiovascolari, quindi ad elevato rischio di decesso. La conferma arriva da uno pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Gli autori hanno evidenziato che le terapie antipertensive con inibitori del sistema renina-angiotensina (i cosiddetti farmaci Ace Inibitori e Sartani) riducono di oltre il 60% il rischio di morte nei malati Covidin età avanzata e/o con patologie renali e cardiovascolari.

Il Sistema Renina-Angiotensina
Una spiegazione dell’effetto positivo dei farmaci Ace Inibitori e Sartani può essere ricondotta all’interazione tra il coronavirus e il cosiddetto «sistema renina-angiotensina» (meccanismo ormonale che regola la pressione sanguigna). Sars-CoV-2 entra nelle cellule umane dopo essersi legato all’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE2) di cui blocca la funzione, causando così un eccesso di angiotensina e un aumento dell’infiammazione, che viene ridotta appunto da questi farmaci. «Lo studio ci insegna che un farmaco noto e sicuro, prescritto di routine dai medici di base per la cura dei pazienti ipertesi, risulta ridurre la mortalità tra le persone colpite da Covid». «Lo studio ha analizzato l’effetto di diverse classi di farmaci sul decorso della malattia da coronavirus in pazienti ospedalizzati, contribuendo, per quanto concerne l’effetto protettivo degli Ace inibitori e dei sartani, a fare chiarezza su un tema dibattuto a livello internazionale».

L’aumento dei livelli di ACE2
Dunque lo studio non è conclusivo, ma offre un contributo importante per la comprensione di un meccanismo complesso. «L’analisi è di tipo osservazionale e su un numero limitato di pazienti — ragiona Annalisa Capuano, professore all’Università della Campania «Vanvitelli», ma senza dubbio interessante e importante, soprattutto per l’utilizzo di modelli statistici estremamente innovativi. Fin dall’inizio della pandemia la comunità scientifica si è chiesta quale potesse essere il ruolo dei farmaci inibitori del sistema renina-angiotensina nella progressione di Covid. Alcuni studi ipotizzavano che, aumentando i livelli di ACE2, i farmaci potessero offrire al virus nuove porte di accesso per diffondersi nell’organismo. Come sappiamo, infatti, Sars-CoV-2 utilizza il recettore ACE2 per creare un legame con cellule e tessuti. Altre indagini hanno invece dimostrato che il legame della proteina spike dei coronavirus al recettore ACE2 determina una diminuzione di ACE2. Ciò, a sua volta, causa una eccessiva produzione di angiotensina ad opera dell’enzima ACE, che viene in minor misura convertito in una sostanza ad attività vasodilatante da parte dell’ACE2. Questo fenomeno contribuisce al danno polmonare. Pertanto, una maggiore espressione di ACE2 potrebbe paradossalmente proteggere i pazienti trattati con Ace Inibitori e Sartani da conseguenze polmonari gravi, piuttosto che metterli a rischio. Per capire meglio, diciamo che nel sistema renina-angiotensina agiscono due componenti: ACE rappresenta la parte “cattiva” (proinfiammatoria) e ACE2 quella “buona”. Lo studio conferma la seconda ipotesi, ovvero che la maggior produzione di ACE2 indotta dai farmaci ipertensivi di tipo RAASi protegge dal rischio di morte i soggetti fragili». (Salute, Corriere)

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